Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’eventualità di un ritiro americano dalla NATO segnano una discontinuità strategica che travalica la contingenza politica. Per la prima volta dalla firma del Trattato di Washington, il principale garante della sicurezza occidentale mette in discussione non solo i meccanismi operativi dell’Alleanza, ma la sua stessa ragion d’essere. Sullo sfondo, emerge una frattura profonda tra concezioni divergenti della sicurezza collettiva, tra diritto internazionale e logiche di potenza, tra solidarietà alleata e unilateralismo strategico, in un contesto segnato dal ritorno della guerra ad alta intensità e dalla competizione per il controllo dei nodi strategici globali.
di Cristina Di Silvio
Il futuro della NATO…
Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di stare “assolutamente considerando” il ritiro dalla NATO, il significato politico delle parole ha immediatamente superato il perimetro della polemica contingente. Non si è trattato di una pressione negoziale né di un’esasperazione retorica, ma dell’emersione esplicita di una dottrina strategica alternativa a quella che ha retto l’ordine internazionale occidentale dal secondo dopoguerra.
La crisi si è cristallizzata nel teatro mediorientale, in particolare nel contesto delle operazioni statunitensi contro l’Iran e nel controllo dello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il traffico energetico globale e vero baricentro della competizione geopolitica contemporanea. In questo spazio ristretto ma decisivo, si intrecciano sicurezza energetica, libertà di navigazione e proiezione militare delle potenze.
Il mancato coinvolgimento diretto degli alleati europei ha rappresentato, nella lettura di Washington, una rottura del principio di reciprocità. Tuttavia, per le capitali europee, il rifiuto di partecipare a operazioni militari non inquadrate formalmente nella cornice della NATO costituisce una scelta coerente con l’architettura giuridica dell’Alleanza. Il nodo centrale risiede infatti nella natura stessa del Trattato del 1949. L’articolo 5, cuore normativo della NATO, stabilisce un obbligo di difesa collettiva limitato al caso di aggressione armata contro uno Stato membro. Tale meccanismo, concepito in funzione deterrente nel contesto della Guerra Fredda, non si estende automaticamente a operazioni militari intraprese unilateralmente.
La guerra contro l’Iran, caratterizzata da strike preventivi, operazioni aeronavali e pressione sui choke points marittimi, non essendo riconducibile a un attacco diretto contro un Paese alleato né essendo stata oggetto di deliberazione collettiva, si colloca al di fuori del perimetro applicativo del Trattato.
Eppure, proprio questo conflitto ha evidenziato la trasformazione della guerra contemporanea. L’Iran ha dimostrato una capacità di resistenza fondata su strumenti asimmetrici, facendo leva sulla minaccia alla navigazione commerciale, sull’impiego di missili e droni e sull’attivazione di reti proxy regionali. In questo modo, ha spostato il confronto da uno scontro convenzionale diretto a una forma di guerra sistemica, in cui il bersaglio non è soltanto la forza militare dell’avversario, ma la sua vulnerabilità economica e logistica. La pressione esercitata sullo Stretto di Hormuz ha reso evidente come il controllo dei flussi energetici sia oggi una dimensione centrale della strategia militare. Questa frattura interpretativa rivela una tensione più profonda tra diritto e strategia. Da un lato, l’approccio europeo insiste sulla legalità internazionale e sulla natura difensiva dell’Alleanza; dall’altro, la visione espressa da Donald Trump privilegia una concezione funzionale e transazionale delle alleanze, fondata sull’immediata convergenza degli interessi e sulla disponibilità operativa. In tale prospettiva, la NATO dovrebbe trasformarsi da struttura di deterrenza collettiva a strumento flessibile di proiezione della potenza.
Sul piano giuridico, l’ipotesi di un recesso degli Stati Uniti dalla NATO è formalmente prevista. L’articolo 13 del Trattato consente a ciascuna parte di denunciare l’accordo con un preavviso di un anno. Tuttavia, la trasposizione di tale facoltà nell’ordinamento costituzionale americano apre un contenzioso di natura complessa. Negli Stati Uniti, il potere di concludere trattati è condiviso tra esecutivo e legislativo, e negli ultimi anni il Congresso ha adottato misure volte a limitare la possibilità di un recesso unilaterale presidenziale. Ne deriva una potenziale crisi istituzionale, in cui il principio della separazione dei poteri potrebbe entrare in collisione con le prerogative della politica estera. Al di là della dimensione formale, il vero punto di vulnerabilità dell’Alleanza risiede nella sua dimensione politico-strategica e militare.
La credibilità della NATO si fonda su un presupposto implicito: la certezza dell’impegno americano. Anche in assenza di un recesso formale, la semplice messa in dubbio della disponibilità degli Stati Uniti a onorare l’articolo 5 produce un effetto destabilizzante immediato. La deterrenza, elemento cardine della sicurezza collettiva, non tollera ambiguità, soprattutto in un contesto in cui la guerra è tornata a essere uno strumento ordinario della competizione tra potenze. In questo quadro, la strategia militare americana mostra una crescente autonomia operativa. Le operazioni contro l’Iran hanno evidenziato una dottrina basata su superiorità tecnologica, rapidità decisionale e capacità di colpire in profondità senza necessità di occupazione territoriale. Tale approccio riduce la dipendenza dalle coalizioni tradizionali e rafforza l’idea di una supremazia militare esercitata in modo selettivo. Parallelamente, si afferma una concezione della deterrenza non più automatica ma condizionata, in cui la protezione degli alleati diventa funzione del loro contributo effettivo. Le reazioni internazionali riflettono la portata sistemica della crisi.
In Europa occidentale si rafforza il dibattito sull’autonomia strategica, con leader come Emmanuel Macron che sottolineano la necessità di sviluppare capacità militari indipendenti e mettono in guardia contro i rischi di escalation nel Golfo. Nei Paesi dell’Europa orientale, la prospettiva di un disimpegno americano riattiva timori esistenziali legati alla sicurezza territoriale e alla tenuta della deterrenza. In questo contesto, il Segretario Generale Mark Rutte ha adottato una linea di contenimento, evitando una contrapposizione frontale con Washington e ribadendo al contempo la centralità del vincolo transatlantico.
Negli Stati Uniti, la posizione di Donald Trump si inserisce in un più ampio ripensamento del ruolo globale del Paese. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha lasciato intendere la possibilità di una revisione strutturale dei rapporti con gli alleati, segnalando come il dibattito sulla NATO non sia più confinato alla dimensione retorica, ma rappresenti una linea di frattura reale all’interno dell’establishment americano.
Sul piano storico, la NATO ha dimostrato una notevole resilienza.
Dalla crisi di Suez alla guerra in Iraq, passando per la decisione della Francia di Charles de Gaulle di ritirarsi dal comando integrato nel 1966, l’Alleanza ha saputo adattarsi a tensioni anche profonde. Tuttavia, in tutte queste circostanze, il pilastro americano non è mai stato messo in discussione nella sua essenza. È proprio questo elemento a rendere la crisi attuale qualitativamente diversa. Ciò che emerge è una divergenza strutturale tra due paradigmi strategici. Da un lato, un modello multilaterale fondato su regole, istituzioni e impegni di lungo periodo; dall’altro, una visione della sicurezza come funzione dinamica degli interessi nazionali, svincolata da obblighi percepiti come asimmetrici.
In questa tensione si gioca il futuro non solo della NATO, ma dell’intero sistema di sicurezza internazionale costruito dopo il Se la dottrina espressa da Donald Trump dovesse tradursi in azione politica coerente, il risultato non sarebbe semplicemente una ridefinizione dell’Alleanza, ma una trasformazione dell’equilibrio globale.
L’Europa sarebbe chiamata a colmare un vuoto strategico senza precedenti, mentre attori revisionisti potrebbero interpretare l’indebolimento del vincolo transatlantico come un’opportunità. In questo senso, la crisi della NATO non rappresenta soltanto una fase di tensione, ma il possibile preludio a una nuova configurazione dell’ordine mondiale, in cui le categorie della Guerra Fredda cessano definitivamente di essere il riferimento strutturale della sicurezza internazionale e in cui il controllo dei nodi strategici, la capacità di proiezione militare autonoma e la gestione delle vulnerabilità sistemiche diventano i nuovi parametri della potenza.
Da una prospettiva think-tank / IISS, la NATO potrebbe trovarsi davanti alla necessità di riconsiderare le proprie dottrine operative alla luce di concetti come Anti-Access/Area Denial (A2/AD), guerra ibrida, escalation ladder e deterrenza condizionata. La capacità di intervenire rapidamente in scenari multipli, la resilienza delle infrastrutture critiche, la proiezione di forza senza appoggio territoriale e l’integrazione tra dominio cibernetico e convenzionale diventano fattori decisivi per la sopravvivenza strategica dell’Alleanza. L’Europa, in particolare, si trova sotto pressione per sviluppare capacità autonome che possano integrare la deterrenza americana senza sostituirla, creando un equilibrio tra indipendenza operativa e coesione transatlantica.
Questo approccio definisce un nuovo standard di analisi militare e geopolitica, indispensabile per interpretare la sicurezza internazionale del XXI secolo.

ENGLISH VERSION
NATO at the Crossroads: The Trump Doctrine and the Possible End of the Euro-Atlantic Order
By Cristina Di Silvio
U.S. President Donald Trump’s statements on the potential American withdrawal from NATO mark a strategic discontinuity that transcends mere political contingency. For the first time since the signing of the Washington Treaty, the primary guarantor of Western security questions not only the operational mechanisms of the Alliance but its very raison d’être. In the background, a profound rift emerges between divergent conceptions of collective security, between international law and power politics, between allied solidarity and strategic unilateralism, in a context marked by the return of high-intensity warfare and competition for control over global strategic nodes.
The NATO future…
When U.S. President Donald Trump declared he was “absolutely considering” withdrawing from NATO, the political significance of his words immediately transcended the confines of contingent polemics. This was not a negotiating tactic nor mere rhetorical exaggeration; it was the explicit emergence of an alternative strategic doctrine to the one that has underpinned the Western international order since the post-World War II era.
The crisis has crystallized in the Middle Eastern theater, particularly in the context of U.S. operations against Iran and the control of the Strait of Hormuz, a vital chokepoint for global energy traffic and a true pivot of contemporary geopolitical competition. In this narrow but decisive space, energy security, freedom of navigation, and power projection intersect. The lack of direct involvement from European allies represented, in Washington’s reading, a breach of the principle of reciprocity. However, for European capitals, the refusal to participate in military operations not formally framed within the NATO structure constitutes a choice fully consistent with the Alliance’s legal architecture. The central issue lies in the very nature of the 1949 Treaty. Article 5, the normative heart of NATO, establishes an obligation of collective defense limited to the case of armed aggression against a member state. Conceived as a deterrent mechanism during the Cold War, it does not automatically extend to unilateral military operations.
The war against Iran, characterized by preventive strikes, naval operations, and pressure on maritime chokepoints, not being attributable to a direct attack against an allied country nor subjected to collective deliberation, falls outside the Treaty’s scope. Yet this conflict has highlighted the transformation of contemporary warfare. Iran has demonstrated a capacity for asymmetric resistance, leveraging threats to commercial navigation, the use of missiles and drones, and the activation of regional proxy networks. In doing so, it has shifted the confrontation from conventional direct clashes to systemic warfare, where the target is not only the adversary’s military force but also its economic and logistical vulnerabilities.
The pressure exerted on the Strait of Hormuz has underscored how control over energy flows has become a central dimension of military strategy today. This interpretative fracture reveals a deeper tension between law and strategy. On one hand, the European approach emphasizes international legality and the defensive nature of the Alliance; on the other, the vision expressed by Donald Trump prioritizes a functional, transactional conception of alliances, based on immediate alignment of interests and operational readiness. In this perspective, NATO should transform from a collective deterrence structure into a flexible instrument of power projection. Legally, the hypothesis of a U.S. withdrawal from NATO is formally allowed. Article 13 of the Treaty permits each party to denounce the agreement with one year’s notice. However, the translation of this right into the U.S. constitutional framework opens a complex legal dispute. In the United States, the power to conclude treaties is shared between the executive and the legislature, and in recent years Congress has adopted measures to limit the possibility of a unilateral presidential withdrawal.
This generates a potential institutional crisis, in which the principle of separation of powers could collide with foreign policy prerogatives. Beyond the formal dimension, the true vulnerability of the Alliance lies in its political-strategic and military dimension. NATO’s credibility rests on an implicit assumption: the certainty of American commitment. Even in the absence of a formal withdrawal, merely questioning U.S. willingness to honor Article 5 produces an immediate destabilizing effect. Deterrence, the cornerstone of collective security, does not tolerate ambiguity, especially in a context where war has returned as a standard instrument of power competition. In this framework, U.S. military strategy shows increasing operational autonomy. Operations against Iran have revealed a doctrine based on technological superiority, rapid decision-making, and the ability to strike in depth without territorial occupation. This approach reduces dependence on traditional coalitions and reinforces the idea of selective military supremacy. Simultaneously, a conception of deterrence is emerging that is no longer automatic but conditional, in which the protection of allies becomes a function of their effective contribution. International reactions reflect the systemic scope of the crisis.
In Western Europe, the debate on strategic autonomy is intensifying, with leaders like Emmanuel Macron emphasizing the need to develop independent military capabilities and warning against escalation risks in the Gulf. In Eastern Europe, the prospect of U.S. disengagement revives existential fears regarding territorial security and deterrence credibility. In this context, Secretary General Mark Rutte has adopted a containment line, avoiding direct confrontation with Washington while reaffirming the centrality of the transatlantic bond.
In the U.S., Donald Trump’s position fits into a broader reassessment of the country’s global role. Secretary of State Marco Rubio has hinted at the possibility of a structural review of relations with allies, signaling that the NATO debate is no longer rhetorical but represents a real fault line within the American establishment. Historically, NATO has demonstrated remarkable resilience. From the Suez Crisis to the Iraq War, including France’s decision under Charles de Gaulle to withdraw from the integrated command in 1966, the Alliance has adapted to profound tensions. However, in all these cases, the American pillar was never questioned in its essence, making the current crisis qualitatively different. What emerges is a structural divergence between two strategic paradigms.
On one hand, a multilateral model based on rules, institutions, and long-term commitments; on the other, a vision of security as a dynamic function of national interests, detached from obligations perceived as asymmetric. Within this tension lies the future not only of NATO, but of the entire international security system built after 1945.
If the doctrine expressed by Donald Trump were translated into coherent political action, the result would not simply be a redefinition of the Alliance, but a transformation of the global balance.
Europe would be called upon to fill an unprecedented strategic gap, while revisionist actors might interpret the weakening of the transatlantic bond as an opportunity. In this sense, the NATO crisis is not merely a phase of tension but a possible prelude to a new configuration of the world order, in which Cold War categories cease to be the structural reference for international security, and where control of strategic nodes, autonomous power projection capabilities, and management of systemic vulnerabilities become the new parameters of power. From a think-tank / IISS perspective, NATO may face the necessity to reconsider its operational doctrines in light of concepts such as Anti-Access/Area Denial (A2/AD), hybrid warfare, escalation ladders, and conditional deterrence.
The ability to intervene rapidly across multiple theaters, resilience of critical infrastructure, force projection without territorial support, and integration between cyber and conventional domains become decisive factors for the Alliance’s strategic survival. Europe, in particular, is under pressure to develop autonomous capabilities that can complement U.S. deterrence without replacing it, creating a balance between operational independence and transatlantic cohesion.
This approach defines a new standard of military and geopolitical analysis, essential to interpreting 21st-century international security.