La strage di Capaci viene riletta come un punto di discontinuità nella storia della sicurezza contemporanea. Oltre la dimensione criminale e giudiziaria, l’evento evidenzia una trasformazione più ampia: l’estensione del conflitto alla sfera percettiva. In questo quadro, la resilienza degli Stati non dipende più soltanto dalla protezione fisica delle istituzioni, ma dalla capacità di preservare stabilità interpretativa, chiarezza informativa e autonomia cognitiva.
di Cristina DI SILVIO
«Ora la gente vuole pensare ciò che si suppone debba pensare. E questo lo considera libertà.» Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente
Capaci, 1992-2026
Non è una provocazione filosofica. È una descrizione di un equilibrio fragile: quello tra pensiero autonomo e pensiero indotto.
Nel lessico della sicurezza contemporanea, questo equilibrio è diventato centrale. Le minacce non si esprimono più esclusivamente attraverso la violenza diretta, la distruzione materiale o la coercizione visibile. Si sviluppano sempre più spesso attraverso la gestione indiretta dei contesti percettivi, informativi e interpretativi in cui una società definisce ciò che considera reale, rilevante e urgente. In questo scenario, Capaci rappresenta uno dei punti di frattura più significativi della storia repubblicana italiana.
Il 23 maggio 1992 non è soltanto una data simbolica della lotta alla criminalità organizzata. È il momento in cui si manifesta, in forma brutale, la capacità di un attore non statale di incidere non solo sul piano fisico, ma sulla percezione della stabilità istituzionale.

L’attacco non colpisce soltanto persone e apparati. Colpisce un presupposto: l’idea che lo Stato possa essere percepito come solido, continuo, non attaccabile nella sua funzione simbolica. Da quel momento, la sicurezza non può più essere interpretata in termini esclusivamente materiali. Entra in gioco una dimensione ulteriore: la tenuta del significato condiviso. Giovanni Falcone aveva già intuito questa trasformazione. La sua lettura della criminalità organizzata rompeva con la rappresentazione tradizionale del fenomeno mafioso. Non una deviazione marginale, ma una struttura adattiva, capace di integrarsi nei circuiti economici, istituzionali e sociali. Non un’anomalia, ma un sistema parallelo. Questa intuizione anticipa un paradigma oggi centrale nelle dottrine di sicurezza: la necessità di analizzare le minacce come reti dinamiche, capaci di operare su più livelli simultanei, economico, sociale, informativo. In questa prospettiva, la criminalità organizzata non si limita a esercitare controllo attraverso la forza, ma attraverso la capacità di inserirsi nei flussi ordinari della società, rendendo difficile distinguere tra legale e illegale, visibile e invisibile, diretto e indiretto. La sicurezza contemporanea si colloca quindi in un campo ampliato. Non riguarda più soltanto la protezione di infrastrutture o la neutralizzazione di minacce fisiche. Riguarda la stabilità del quadro cognitivo entro cui tali minacce vengono percepite e interpretate. La vulnerabilità principale degli Stati moderni non risiede più soltanto nella loro esposizione fisica, ma nella possibilità che venga alterata la loro capacità di interpretare la realtà in modo coerente. Quando la percezione diventa un dominio della competizione strategica, la sicurezza si sposta dalla difesa degli oggetti alla difesa del significato. Molti sistemi non collassano per un evento traumatico, ma per una progressiva perdita di orientamento interno rispetto alla realtà che li circonda. In questo quadro, le cosiddette minacce ibride non rappresentano una categoria emergente, ma la formalizzazione di un processo già in atto: la convergenza tra informazione, influenza e decisione all’interno di uno stesso spazio operativo. La conseguenza più rilevante di questa trasformazione è che la stabilità di un sistema non dipende più soltanto dalla sua capacità di risposta immediata, ma dalla sua capacità di mantenere pluralità interpretativa e autonomia analitica anche sotto pressione. Capaci, letta in questa prospettiva, non è soltanto un evento storico. È un indicatore strutturale. Un punto in cui emerge con chiarezza la fragilità della separazione tra dimensione fisica e dimensione percettiva della sicurezza. La lezione che ne deriva non riguarda solo il passato italiano. Riguarda la natura stessa della sicurezza nelle democrazie contemporanee, sempre più esposte a forme di pressione che non agiscono direttamente sulla distruzione, ma sulla costruzione del senso. E questa è forse la trasformazione più rilevante: la sicurezza non è più soltanto ciò che protegge ciò che esiste, ma ciò che protegge il modo in cui ciò che esiste viene compreso.
English version
Capaci and the Security of Perception: When War Enters the Cognitive Space of the State
The Capaci massacre is reinterpreted as a turning point in the contemporary understanding of security. Beyond its criminal and judicial dimensions, the event highlights a broader transformation: the expansion of conflict into the perceptual domain. In this framework, state resilience no longer depends solely on the physical protection of institutions, but on the ability to preserve interpretative stability, information clarity, and cognitive autonomy.
by Cristina DI SILVIO
“People now want to think what they are supposed to think. And they consider that freedom.” Oswald Spengler, The Decline of the West.
Capaci: 1992-2026
This is not a philosophical provocation. It is a description of a fragile equilibrium: the balance between autonomous thought and induced thought. In the vocabulary of contemporary security, this balance has become central.
Threats are no longer expressed exclusively through direct violence, material destruction, or visible coercion. Increasingly, they operate through the indirect management of perceptual, informational, and interpretative environments in which a society defines what it considers real, relevant, and urgent. In this scenario, Capaci represents one of the most significant rupture points in Italian republican history.
On 23 May 1992, it is not only a symbolic date in the fight against organised crime. It is the moment in which a non-state actor demonstrates, in brutal form, its ability to affect not only the physical level, but also the perception of institutional stability. The attack did not only strike individuals and institutional structures. It struck a presupposition: the idea that the State could be perceived as solid, continuous, and invulnerable in its symbolic function. From that moment on, security can no longer be interpreted in purely material terms. A further dimension emerges: the stability of shared meaning. Giovanni Falcone had already anticipated this transformation. His understanding of organised crime broke with traditional representations of the mafia phenomenon. Not a marginal deviation, but an adaptive structure capable of integrating into economic, institutional, and social circuits. Not an anomaly, but a parallel system. This insight anticipates a paradigm that is now central in contemporary security doctrine: the need to analyse threats as dynamic networks capable of operating simultaneously across multiple levels, economic, social, and informational. Within this framework, organised crime does not rely solely on force, but on its ability to embed itself within the ordinary flows of society, making it increasingly difficult to distinguish between legal and illegal, visible and invisible, direct and indirect. Contemporary security therefore operates in an expanded field. It is no longer limited to the protection of infrastructure or the neutralisation of physical threats. It also concerns the stability of the cognitive framework through which such threats are perceived and interpreted. The primary vulnerability of modern states no longer lies solely in their physical exposure, but in the possibility that their ability to interpret reality coherently may be altered. When perception becomes a domain of strategic competition, security shifts from the defence of objects to the defence of meaning. Most systems do not collapse due to a single traumatic event, but due to a gradual loss of internal orientation relative to the reality surrounding them. In this context, so-called hybrid threats do not represent an emerging category, but rather the formalisation of an already ongoing process: the convergence of information, influence, and decision within a single operational space. The most relevant consequence of this transformation is that systemic stability no longer depends solely on the ability to respond to immediate threats, but on the capacity to maintain interpretative plurality and analytical autonomy under conditions of pressure. Read through this lens, Capaci is not merely a historical event. It is a structural indicator, a point at which the fragility of the separation between physical and perceptual dimensions of security becomes clearly visible. The lesson that emerges does not concern only Italy’s past. It concerns the very nature of security in contemporary democracies, which are increasingly exposed to forms of pressure that do not act directly on destruction, but on the construction of meaning. And this is perhaps the most significant shift: security is no longer only what protects what exists, but what protects the way in which what exists is understood.