Architetture della deterrenza nel sistema internazionale in transizione: energia, alleanze e competizione multidominio

La fase attuale del sistema internazionale è caratterizzata da una transizione accelerata verso un ordine multipolare instabile, in cui crisi regionali, competizione tra grandi potenze e vulnerabilità energetiche convergono in un unico spazio strategico integrato. La sicurezza si configura sempre più come un continuum che attraversa politica estera, economia, tecnologia, difesa e infrastrutture critiche. In questo contesto, la deterrenza evolve da modello prevalentemente militare a configurazione sistemica e multidominio, includendo resilienza economica, stabilità energetica, capacità industriale e controllo della dimensione informativa e narrativa.

di Cristina Di Silvio

La fase attuale del sistema internazionale non rappresenta semplicemente una transizione tra ordini, ma una trasformazione della natura stessa dell’ordine globale. L’instabilità non è più un’eccezione ma una condizione strutturale, alimentata dalla sovrapposizione tra interdipendenza economica e frammentazione geopolitica. La competizione tra attori statali si sviluppa in uno spazio continuo in cui energia, sicurezza, tecnologia e infrastrutture critiche costituiscono un unico dominio operativo. In questo contesto, la deterrenza assume una forma estesa e multidominio. Non si limita alla dimensione militare tradizionale, ma include la capacità di governare vulnerabilità energetiche, proteggere catene logistiche globali, controllare infrastrutture digitali e influenzare la dimensione cognitiva del conflitto. La sicurezza diventa così una funzione sistemica distribuita tra economia, tecnologia e geopolitica.

Deterrenza Europa fuori dalla NATO?

La riconfigurazione delle alleanze e la deterrenza come sistema integrato NATO–UE

L’asse euroatlantico si colloca al centro di questa trasformazione. Il rapporto tra Stati Uniti ed Europa evolve da architettura di sicurezza relativamente stabile a sistema negoziale condizionato, in cui la coesione dipende sempre più da contributi operativi, burden sharing e convergenza sulle crisi. In questa prospettiva, la NATO non agisce più soltanto come alleanza militare tradizionale, ma come piattaforma integrata di deterrenza multidominio, dove energia, cybersicurezza, resilienza industriale e protezione delle infrastrutture critiche diventano componenti essenziali della sicurezza collettiva. Parallelamente, l’Unione Europea tenta di rafforzare la propria capacità di proiezione strategica attraverso strumenti di difesa comune e autonomia industriale, ma resta vincolata a una struttura decisionale frammentata. La conseguenza è un modello ibrido NATO–UE in cui la deterrenza occidentale si costruisce attraverso la sovrapposizione di livelli istituzionali non sempre pienamente sincronizzati, ma sempre più interdipendenti.

Mediterraneo allargato: NATO, Turchia e il fronte di frizione sistemica

Il Mediterraneo allargato rappresenta uno dei principali teatri in cui la logica NATO si confronta con la frammentazione regionale. Qui la deterrenza non è lineare, ma stratificata: presenza navale, controllo dei chokepoint, intelligence e gestione delle crisi energetiche si sovrappongono a dinamiche politiche altamente volatili. In questo contesto si inserisce la postura della Turchia, attore formalmente parte della NATO ma sempre più orientato a una strategia autonoma e multi-vettoriale. La sua proiezione nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente introduce un elemento di ambiguità strutturale nell’architettura di sicurezza occidentale, contribuendo alla frammentazione operativa del fronte sud dell’Alleanza. Sul piano politico-narrativo, la dichiarazione del Presidente Recep Tayyip Erdoğan a Israele “Non può esserci sicurezza duratura senza giustizia per il popolo palestinese” assume una valenza che va oltre la dimensione retorica. Essa riflette una logica in cui la legittimità politica viene trasformata in strumento di pressione strategica, inserendosi direttamente nella competizione per l’influenza nel Levante e nei corridoi energetici del Mediterraneo orientale. In termini NATO, questa dinamica evidenzia la crescente difficoltà di mantenere una postura coerente sul fianco sud dell’Alleanza in presenza di interessi divergenti tra membri chiave.

Nuovi fronti: questione palestinese

Mediterraneo, Israele e ricalibrazione delle partnership euroatlantiche

Nel quadro regionale, le dinamiche israelo-regionali si intrecciano sempre più con gli equilibri della deterrenza euroatlantica. Il conflitto e la gestione delle crisi lungo l’asse Israele–Libano non sono più questioni esclusivamente bilaterali, ma elementi che incidono sulla sicurezza energetica e sulla stabilità del fianco sud della NATO. All’interno di questo scenario si colloca la trattativa in corso tra Israele e Libano, con un ruolo di mediazione statunitense attribuito al senatore Marco Rubio, orientata alla stabilizzazione del confine e alla riduzione del rischio di escalation su un’area strategica per le rotte energetiche del Mediterraneo orientale. Questo tipo di iniziativa si inserisce nella logica della deterrenza preventiva: evitare che crisi locali diventino shock sistemici per l’intero spazio euro-mediterraneo. In parallelo, il rapporto tra Italia e Israele nel settore difesa e tecnologia rappresenta un asse storico di cooperazione industriale inserito nella più ampia architettura euroatlantica. Il memorandum del 2005 ha rafforzato interoperabilità, scambio tecnologico e capacità dual use, contribuendo indirettamente anche agli obiettivi di resilienza della European Union e della NATO in ambito sicurezza avanzata. Tuttavia, il recente passo indietro rispetto al rinnovo automatico di alcune componenti della cooperazione non indica una discontinuità strategica, ma una ricalibrazione della postura. In un contesto di crescente polarizzazione regionale e pressione politica internazionale, questa scelta riflette la necessità di mantenere coerenza con le dinamiche UE e NATO, preservando al contempo margini di flessibilità diplomatica e industriale. La cooperazione non viene ridotta, ma ricondotta a una logica più selettiva e compatibile con l’evoluzione delle sensibilità euroatlantiche. La competizione tra Stati Uniti e Cina continua a estendersi come sistema multidominio globale, coinvolgendo infrastrutture digitali, energia, tecnologia e supply chain. Questa dinamica produce una progressiva fusione tra sicurezza economica e sicurezza militare, rendendo sempre più difficile distinguere tra strumenti civili e strumenti di deterrenza. L’Europa rimane una potenza economica rilevante ma una potenza geopolitica incompleta. La frammentazione decisionale limita la capacità di risposta sistemica, mentre attori regionali come la Turchia rafforzano posture autonome che contribuiscono alla policentricità dell’ordine internazionale. Il sistema globale evolve così verso una condizione di tensione permanente, in cui la deterrenza non è più un asset statico ma un processo dinamico distribuito tra istituzioni, infrastrutture e narrazione strategica. La variabile decisiva non è più l’allineamento rigido, ma la capacità di adattamento continuo in un ambiente ad alta instabilità strutturale.


English Version


Systemic Architectures of Deterrence in a Transitional Global Order: Energy, Alliances and Multidomain Competition

The current phase of the international system is marked by an accelerated transition toward an unstable multipolar order, where regional crises, great-power competition, and energy vulnerabilities converge into a single integrated strategic space. Security is increasingly understood as a continuum spanning foreign policy, economics, technology, defence, and critical infrastructure. In this context, deterrence is evolving from a predominantly military model into a systemic and multidomain configuration, incorporating economic resilience, energy stability, industrial capacity, and control over the informational and narrative domain.

by Cristina Di Silvio

The current international environment does not represent a simple transition between orders, but a deeper transformation of the very nature of order itself. Instability is no longer an exception but a structural condition, driven by the overlap between economic interdependence and geopolitical fragmentation. State competition now unfolds within a continuous strategic space where energy, security, technology, finance, and critical infrastructure form a single integrated operational domain. In this context, deterrence has become expanded and systemic. It is no longer limited to traditional military capabilities but increasingly depends on the ability to manage energy vulnerabilities, secure global supply chains, protect digital infrastructure, and influence cognitive and informational environments. Security has therefore become a distributed function across economic, technological, and geopolitical domains.

Alliance Reconfiguration and NATO–EU Integrated Deterrence

The Euro-Atlantic system stands at the core of this transformation. The relationship between the United States and Europe is evolving from a relatively stable security architecture into a negotiated and conditional framework, where cohesion increasingly depends on operational contribution, burden-sharing, and convergence on crisis management priorities. Within this context, NATO no longer functions solely as a traditional military alliance, but as an integrated multidomain deterrence platform, where energy security, cyber defence, industrial resilience, and critical infrastructure protection are central components of collective security. At the same time, the European Union seeks to strengthen its strategic agency through defence industrial initiatives and autonomy frameworks. However, institutional fragmentation and decision-making asymmetries continue to limit its geopolitical coherence. The result is an emerging NATO–EU layered security architecture in which deterrence is produced through overlapping institutional logics that are not always fully synchronised, yet increasingly interdependent.

The Mediterranean as a NATO Friction Zone and Turkey’s Strategic Ambiguity

The wider Mediterranean has become one of the primary friction zones of the global system, where NATO’s strategic framework intersects with regional fragmentation and contested influence. In this space, deterrence is not linear but layered, combining naval presence, chokepoint control, intelligence operations, and energy security management. Within this environment, Türkiye occupies a structurally ambiguous position. As a formal member of NATO, it simultaneously pursues an increasingly autonomous and multi-vector foreign policy across the Mediterranean, the Middle East, and Eurasian theatres. This dual posture introduces persistent strategic tension within the Alliance’s southern flank, complicating cohesion and operational predictability. This ambiguity is reflected in President Recep Tayyip Erdoğan’s statement to Israel: “There can be no lasting security without justice for the Palestinian people.” Beyond its political dimension, the statement functions as a strategic narrative instrument, embedding legitimacy into the regional balance of power and reinforcing Ankara’s influence in the Levant. In NATO terms, such positioning highlights the structural difficulty of maintaining a unified strategic posture in the southern theatre when member states pursue divergent regional alignments.

Eastern Mediterranean, Israel–Lebanon Negotiations and Euro-Atlantic Recalibration

In the Eastern Mediterranean, Israeli–regional dynamics are increasingly embedded within broader Euro-Atlantic security considerations. The Israel–Lebanon front is no longer a purely bilateral issue but a potential trigger for wider systemic escalation affecting maritime security and energy corridors. Within this framework, ongoing negotiations between Israel and Lebanon, reportedly supported by US mediation efforts involving Senator Marco Rubio, aim at stabilising a critical fault line and reducing escalation risks along one of the most sensitive energy corridors in the Eastern Mediterranean. Such diplomatic engagement is not merely conflict management but a form of preventive deterrence designed to contain systemic spillover effects. At the same time, defence and technology relations between Italy and Israel represent a historically significant industrial and strategic cooperation axis embedded within the broader Euro-Atlantic framework. The 2005 defence cooperation memorandum strengthened interoperability in aerospace, electronics, cyber capabilities, and dual-use technologies, indirectly contributing to the resilience objectives of both European Union and NATO-aligned security structures. However, the recent step back from automatic renewal mechanisms in parts of this cooperation does not signal a strategic rupture. Rather, it reflects a recalibration driven by the increasing politicisation of defence-industrial partnerships and the need to preserve diplomatic flexibility within a highly polarised regional environment. Cooperation is thus not reduced but selectively restructured to remain compatible with evolving EU and NATO sensitivities.

US–China Competition and the Functional Militarisation of the Global Economy

Strategic competition between the United States and China continues to expand across multiple domains, including digital infrastructure, energy systems, advanced technologies, and global supply chains. This evolution is increasingly blurring the boundary between economic and military instruments of power. The result is a functional militarisation of the global economy, where sanctions, export controls, industrial policy, and technological restrictions operate as instruments of strategic deterrence. Economic interdependence is no longer purely stabilising; it has become selectively weaponised within a broader framework of systemic competition. As Graham Allison has argued in the context of great-power transitions, structural rivalry between established and rising powers tends to generate systemic instability, a dynamic now amplified by the deep integration of global technological and financial systems.

Europe and the Emergence of a Polycentric Strategic Order

Europe remains a significant economic actor but continues to face limitations in translating this weight into coherent geopolitical power. Strategic fragmentation and institutional asymmetries constrain its ability to respond rapidly to systemic shocks. In parallel, regional actors such as Türkiye are consolidating increasingly autonomous and multi-vector strategies, reinforcing the emergence of a polycentric international order characterised by fluid alignments and overlapping spheres of influence. The global system is evolving toward a condition of permanent structural tension, in which the distinction between crisis and normality is progressively eroding. Deterrence is no longer a static condition anchored in military balance, but a dynamic and distributed process spanning energy systems, technological infrastructures, financial instruments, and narrative environments. In this environment, the decisive variable is no longer rigid alignment, but adaptive capacity within a structurally unstable system where competition is continuous and multidomain by nature.