Una tregua (guerra) che devasta Libano e Gaza, scuote i mercati finanziari, frattura la comunità internazionale e alimenta proteste anche dentro Israele e negli Stati Uniti.
di Cristina Di Silvio
Tregua o guerra di logoramento?
Mentre i governi annunciano tregue effimere, le città cadono, i civili muoiono, i mercati tremano e l’equilibrio globale vacilla.
Arthur Schopenhauer scrisse che “Noi perdiamo tre quarti di noi stessi per essere come le altre persone” e questa frase attraversa il conflitto in corso con la precisione di una lancia: tutto ciò che doveva essere fermato continua a esistere, non come guerra dichiarata, ma come guerra normale, guerra permanente, guerra sistemica. In Libano il conflitto non si è mai realmente fermato. Da settimane, gli attacchi dell’Israeli Defense Forces nel sud del paese si susseguono con intensità crescente. In un solo ciclo di bombardamenti le autorità sanitarie libanesi hanno registrato più di 254 morti e oltre 1000 feriti civili in poche ore, un bilancio che in altre circostanze sarebbe definito escalation ma qui è solo il tasso quotidiano di violenza. La distruzione è sistemica: interi quartieri residenziali sono stati trasformati in macerie, oltre il sessanta percento delle infrastrutture civili, ospedali, scuole, linee elettriche e impianti idrici, risulta gravemente danneggiato o inutilizzabile e i flussi di energia e acqua potabile sono irregolari. Più di un milione di persone sono state costrette alla fuga, trasformando regioni urbane in città di rifugiati all’interno di uno stato già provato da anni di instabilità politica ed economica.
A Gaza, la situazione è altrettanto drammatica ma con modalità diverse. Le organizzazioni umanitarie internazionali stimano che oltre il settanta percento delle strutture civili dell’enclave sia stato danneggiato o distrutto. Gli ospedali operano oltre la loro capacità massima, mancano medicinali e attrezzature, le reti di elettricità e acqua potabile sono compromesse e i trasporti interni sono spesso impossibili a causa delle strade distrutte. La popolazione civile vive in una condizione di crisi cronica in cui ogni tregua annunciata rappresenta al massimo una sospensione tecnica del combattimento ma non una reale interruzione della sofferenza.
Devastazione civile e instabilità globale segnano ogni angolo del Medio Oriente mentre le tregue temporanee nascondono una guerra che continua a espandersi su più fronti.
In mezzo a questa devastazione, i mercati finanziari globali sono diventati un termometro della paura. Dopo l’annuncio di una tregua tra Stati Uniti e Iran legata al transito di energia nello Stretto di Hormuz, i prezzi del petrolio Brent sono scesi di oltre quindici percento e le principali borse europee hanno inizialmente registrato un rialzo di oltre tre percento. Ma queste oscillazioni sono segnali di nervosismo, non di stabilità. L’indice paneuropeo Stoxx 600 ha perso più di sei percento della capitalizzazione nei periodi di picco di violenza, con la volatilità dei mercati azionari e dei titoli di Stato che riflette un conflitto percepito come rischio sistemico. I costi dei beni alimentari legati alla dinamica dei fertilizzanti e dell’energia hanno subito incrementi a catena con effetti diretti sulle famiglie nei paesi emergenti, dove l’aumento dei prezzi di petrolio e cibo ha aggravato la già fragile sicurezza economica.
La dimensione diplomatica e strategica del conflitto è altrettanto complessa. L’Iran ha messo sul tavolo di negoziazione una piattaforma articolata in dieci punti che vanno integrati tutti insieme in una visione coerente: la revoca totale delle sanzioni economiche e finanziarie accompagna l’impegno per garanzie vincolanti di non aggressione reciproca, mentre la pace deve includere tutti i fronti di conflitto; quindi, Libano e Gaza non possono essere esclusi, e al contempo la sicurezza delle rotte energetiche come Hormuz deve essere condivisa tra tutte le parti. L’Iran insiste anche sul ritiro delle forze militari straniere dalla regione e sulla sua reintegrazione nei circuiti finanziari globali, puntando a una pace che non sia solo cessate il fuoco temporaneo, ma una ridefinizione delle relazioni di potere regionali. Questi punti si intrecciano: la fine delle ostilità, la sicurezza energetica e la stabilità economica sono presentati come condizione unica e interdipendente, perché ogni compromesso parziale rischia di fallire.
Dall’altra parte dell’arena negoziale, gli Stati Uniti e i loro alleati insistono sul contenimento delle capacità militari percepite come destabilizzanti e trattano i conflitti come episodi separati, ignorando l’interconnessione sistemica. Questa visione divergente ha generato fratture profonde nella gestione della tregua e nel percorso di pace, con Washington che mantiene libertà operativa per i suoi partner nel Levante e Teheran che lega la pace a un ordine multilaterale più inclusivo.
Le reazioni internazionali evidenziano l’enormità della crisi. Le Nazioni Unite condannano apertamente le violazioni del diritto internazionale umanitario e definiscono devastanti i dati sulle vittime civili, richiedendo indagini indipendenti e meccanismi di responsabilità. L’Unione Europea sottolinea che una tregua efficace deve coprire tutti i fronti e che senza cessazione universale delle ostilità non può esserci pace duratura. I paesi del Golfo temono che qualsiasi interruzione dello Stretto di Hormuz possa avere effetti economici e sociali globali, e questo si riflette nei loro piani di diversificazione energetica. Negli Stati Uniti, il dibattito sul ruolo di Washington nella regione si fa sempre più acceso, con interrogativi sui costi economici, militari e reputazionali di un impegno prolungato in un’area dove una tregua temporanea non produce pace stabile.
In Israele, proteste pubbliche di cittadini e famiglie di militari contro le operazioni in Libano mostrano come il conflitto penetri nella società civile. Non si tratta di minoranze isolate, ma di segnali politici e sociali che indicano come le tensioni interne possano incidere sull’orientamento strategico nazionale.
Questa complessità dimostra che la guerra in Medio Oriente non è fatta di eventi isolati, ma costituisce un sistema integrato in cui militare, economico, sociale e diplomatico si intrecciano. Ogni tregua sembra solo spostare o trasformare la violenza e ogni annuncio di pace appare come un accordo tecnico che non tocca le condizioni di vita dei civili, le dinamiche dei mercati o la profondità delle fratture diplomatiche.
E mentre la comunità internazionale negozia, mentre Stati e organizzazioni tentano coalizioni e compromessi, la gente comune vive il conflitto in prima persona. Le città si svuotano, i servizi essenziali cedono, le famiglie si spezzano, le economie contraggono e l’incertezza diventa la nuova normalità. In questo contesto, la tregua non è pace, ma un meccanismo per gestire il conflitto che consente alla guerra di continuare sotto nuove forme, con gli stessi costi umani e sociali e con un effetto corrosivo sulla fiducia nelle istituzioni globali.

English Version
Middle East: A Ceasefire That Does Not End War and Opens New Fronts
A conflict that devastates Lebanon and Gaza, rattles global financial markets, fractures the international community and ignites protests inside Israel and the United States.
By Cristina Di Silvio
While governments announce fleeting ceasefires, cities collapse, civilians die, markets shake and global stability wavers. Arthur Schopenhauer wrote that “We lose three quarters of ourselves to be like other people,” and this insight cuts to the core of the ongoing Middle East crisis where the word ceasefire disguises a war that has become normalized as permanent conflict affecting every aspect of life. In southern Lebanon, the conflict has never truly stopped. In recent weeks, the Israeli Defense Forces have intensified strikes across multiple areas, and in a single bombing cycle Lebanese health authorities reported more than 254 civilian deaths and over a thousand injuries. Entire residential neighborhoods have been reduced to rubble, and more than sixty percent of civil infrastructure, including hospitals, schools, power grids, and water systems, is severely damaged or unusable. Energy and potable water flows are irregular, and over a million people have been forced to flee, turning urban districts into sprawling refugee settlements within a state already weakened by years of political and economic instability.
In Gaza, the situation is equally devastating but with different dynamics. International humanitarian organizations estimate that more than seventy percent of the enclave’s civil structures have been damaged or destroyed. Hospitals operate beyond capacity, medical supplies remain scarce, electricity and water networks are compromised, and internal transport routes are often impassable due to destroyed roads. Civilians live in a chronic state of humanitarian emergency where every announced ceasefire at most suspends fighting as a technicality but does not halt the widespread suffering.
Civil devastation and global instability mark every corner of the Middle East while temporary ceasefires conceal a war that continues to spread across multiple fronts.
Amid this destruction, global financial markets have become a thermometer of fear. After the announcement of a ceasefire between the United States and Iran linked to partial reopening of the Strait of Hormuz, Brent crude prices fell by more than fifteen percent, and major European stock indices initially rallied by more than three percent. But these swings reflect nervousness, not stability. The pan-European Stoxx 600 index lost over six percent of its market capitalization during peak violence, as volatility in equities and sovereign bonds signaled systemic geopolitical risk. Prices for food, energy, and fertilizer commodities have risen sharply, adding direct strain on households in emerging economies where rising oil and food costs deepen already fragile economic security.
The diplomatic and strategic dimensions of the conflict are equally complex. Iran has presented a ten-point framework for peace that is integrated into a single vision: full removal of sanctions accompanies binding non-aggression guarantees, while peace must include all conflict theaters, so Lebanon and Gaza cannot be excluded. At the same time, the security of energy routes such as Hormuz must be shared among all parties. Iran also insists on the withdrawal of foreign military forces from the region and its reintegration into global financial systems, aiming at a peace that is not only a temporary ceasefire but a redefinition of regional power relationships. These points are interconnected: ending hostilities, ensuring energy security, and stabilizing economies are presented as inseparable conditions, because any partial compromise risks failure.
On the other side, the United States and its allies emphasize containment of perceived destabilizing military capabilities and treat the various conflicts as separate episodes rather than an integrated system. This divergent approach has generated deep rifts in ceasefire management and peace efforts, with Washington maintaining operational freedom for its partners in the Levant, while Tehran links peace to a more inclusive multilateral order.
International responses highlight the magnitude of the crisis. The United Nations has openly condemned violations of international humanitarian law, described civilian casualty data as devastating, and called for independent investigations and accountability mechanisms. The European Union repeatedly emphasizes that any ceasefire must cover all conflict zones and that without universal cessation of hostilities lasting peace cannot be achieved. Gulf states, dependent on steady energy flows, warn that any disruption in the Strait of Hormuz could produce cascading socio-economic consequences, reflected in their energy diversification strategies. In the United States, the debate over foreign engagement has intensified as lawmakers from both major parties question the economic, military, and reputational costs of prolonged involvement in a region where temporary ceasefires do not deliver stable peace.
Inside Israel, public protests by citizens and families of soldiers opposing ongoing operations in Lebanon reveal how the conflict penetrates civil society. This is not a marginal phenomenon, but a clear signal that internal tensions are influencing national strategic priorities.
This complexity shows that war in the Middle East is not a series of isolated events, but an integrated system where military, economic, social, and diplomatic factors intertwine. Every ceasefire appears only to shift or transform violence, and every peace announcement can feel like a technical arrangement that does not touch the real conditions of civilian life, market dynamics, or the depth of diplomatic fractures.
As the international community continues to negotiate, and as states and organizations attempt coalitions and compromises, ordinary people endure the direct impact of a war that does not stop. Cities depopulate, essential services collapse, families break apart, national economies contract, and uncertainty becomes the new normal. In this context, ceasefire is not peace but a mechanism for managing conflict that allows war to continue under new forms, with the same human and social costs and a corrosive effect on trust in global institutions.