di Cristina Di Silvio
Le tensioni interne che attraversano oggi gli Stati Uniti non possono più essere ricondotte a semplici oscillazioni fisiologiche di una democrazia iperpolarizzata, ma devono essere lette come l’emersione di una crisi strategica profonda, nella quale la sicurezza interna assume progressivamente i tratti di un teatro operativo permanente.
L’intervento dell’ICE e la fragilità degli Stati Uniti: potenza sotto stress domestico
L’intervento dell’Immigration and Customs Enforcement (acronimo: ICE) culminato nella morte di una donna non è soltanto un episodio tragico, ma un evento ad alta densità strategica, capace di incidere sulla percezione collettiva del rapporto tra Stato e individuo e di trasformare un’operazione amministrativa in una frattura simbolica difficilmente riassorbibile.
L’ICE, istituita come agenzia di enforcement migratorio e doganale, si è nel tempo evoluta in un attore para-militare dotato di capacità operative avanzate, supporto intelligence-driven, interoperabilità con altre agenzie federali e una postura che risponde sempre meno a logiche di gestione civile e sempre più a criteri di controllo territoriale.
Questa trasformazione è coerente con l’assetto di sicurezza emerso dopo l’11 settembre 2001, quando la creazione del Department of Homeland Security ha ridefinito la sicurezza interna come componente strutturale della difesa nazionale, riducendo la distanza concettuale tra minaccia esterna e rischio interno e introducendo una logica di emergenza permanente.
In tale quadro, porzioni del territorio nazionale vengono implicitamente trattate come spazi potenzialmente ostili, e interi segmenti della popolazione come fattori di instabilità, con effetti diretti non solo sull’ordine pubblico, ma sulla fiducia istituzionale, sulla percezione della legittimità e sul clima psicologico collettivo. La storia strategica offre paralleli istruttivi: nella fase tardo-imperiale romana, l’impiego sistematico delle forze per il controllo interno segnò l’avvio di una spirale difensiva che consumò progressivamente l’autorità dello Stato; nell’Irlanda del Nord, per oltre tre decenni, la superiorità tattica britannica non fu sufficiente a compensare il logoramento politico e morale prodotto dalla militarizzazione dell’ordine pubblico.

Negli Stati Uniti stessi, episodi come Kent State nel 1970 o i programmi di contro-sovversione interna, del COINTELPRO, dimostrarono come l’uso degli apparati di sicurezza contro parti della società producesse cicatrici durature, capaci di influenzare per decenni il rapporto tra istituzioni federali e cittadinanza.
In tutti questi casi, l’errore non risiedeva nella carenza di capacità coercitiva, ma nell’illusione che la forza potesse sostituire il consenso come fondamento dell’ordine.
Come osservava Michel Foucault, «la sicurezza non elimina il pericolo, lo organizza», e l’azione dell’ICE si inscrive precisamente in questa logica di gestione delle popolazioni considerate vettori di rischio; tuttavia, quando la sicurezza diventa un fine autoreferenziale e non uno strumento subordinato alla legittimità politica, essa smette di proteggere lo Stato e inizia a consumarne le basi.
In termini clausewitziani, il vero centro di gravità non è la capacità repressiva, ma la legittimità che moltiplica l’efficacia della forza; la sua erosione trasforma anche l’apparato più avanzato in uno strumento strategicamente inefficiente e politicamente controproducente. La crescente polarizzazione statunitense amplifica ulteriormente questa dinamica: ogni intervento federale diventa immediatamente un evento narrativo globale, ogni vittima un catalizzatore emotivo, ogni operazione un elemento di una guerra interna a bassa intensità combattuta prima sul piano psicologico e informativo che su quello fisico. Applicare, anche implicitamente, logiche di counterinsurgency al contesto domestico equivale a riconoscere una crisi di sovranità più che a dimostrarne la forza.
La vulnerabilità strategica degli Stati Uniti oggi non risiede prioritariamente nei teatri esterni, dall’Indo-Pacifico all’Europa orientale, ma nella progressiva normalizzazione della coercizione interna come strumento di governo, con ricadute dirette sulla credibilità internazionale, sulla capacità di deterrenza e sulla proiezione di potenza.
Ogni vita persa in operazioni di sicurezza domestica riduce il capitale politico-morale su cui si fonda l’egemonia americana e rafforza la percezione di uno Stato che non governa più attraverso l’adesione, ma attraverso la dissuasione interna.
La storia delle grandi potenze è inequivocabile: il declino non inizia quando un esercito perde una guerra all’estero, ma quando l’ordine interno può essere mantenuto solo attraverso l’uso sistematico della forza. In quel momento, la sicurezza non è più una garanzia di stabilità, ma il segnale più chiaro di una crisi strutturale già in atto.
English Version
United States: Internal Security, Coercion, and the Crisis of the Strategic Center of Gravity
The internal tensions currently running through the United States can no longer be reduced to the normal oscillations of a hyper-polarized democracy; they must instead be understood as the manifestation of a deep strategic crisis, one in which internal security is increasingly taking on the characteristics of a permanent operational theatre.
The ICE Intervention and the Domestic Stress of a Superpower
The intervention by Immigration and Customs Enforcement that resulted in the death of a woman is not merely a tragic episode, but a high-density strategic event, capable of reshaping collective perceptions of the relationship between the state and the individual and transforming an administrative enforcement action into a symbolic rupture that is difficult to absorb.
ICE, originally established as a technical agency for immigration and customs enforcement, has gradually evolved into a de facto paramilitary actor, equipped with advanced operational capabilities, intelligence-driven decision-making, and a posture that responds less to principles of civil governance and more to criteria of territorial control.
This evolution is consistent with the post–September 11 security architecture, in which the creation of the Department of Homeland Security redefined internal security as a structural component of national defense, deliberately narrowing the conceptual gap between external threats and internal risks and embedding a logic of permanent emergency. Within this framework, portions of the national territory are implicitly treated as potentially hostile spaces, and segments of the population as vectors of instability, with direct consequences not only for public order but for institutional trust, perceived legitimacy, and the collective psychological climate.
Strategic history offers instructive parallels: in the late imperial phase of Rome, the systematic use of force for internal control marked the beginning of a defensive spiral that progressively eroded state authority; in Northern Ireland, decades of British tactical superiority failed to compensate for the long-term political and moral attrition produced by the militarization of public order; within the United States itself, episodes such as Kent State in 1970 and the domestic counter-subversion programs of COINTELPRO demonstrated how the deployment of security apparatuses against segments of society generated deep and enduring scars, shaping relations between federal institutions and citizens for generations.
In each of these cases, the strategic failure lay not in an insufficiency of coercive capacity, but in the illusion that force could substitute for consent as the foundation of order.
As Michel Foucault observed, “security does not eliminate danger; it organizes it,” and ICE’s actions are embedded precisely within this logic of managing populations perceived as risk-bearing; yet when security becomes an end in itself rather than a tool subordinated to political legitimacy, it ceases to protect the state and begins to consume it.
In Clausewitzian terms, the true center of gravity is not coercive capability, but legitimacy, which multiplies the effectiveness of force; its erosion turns even the most advanced apparatus into a strategically inefficient and politically counterproductive instrument.
Growing polarization in the United States further amplifies this dynamic: every federal operation becomes an immediately globalized narrative event, every casualty an emotional catalyst, every intervention another element in a low-intensity internal conflict fought first in the psychological and informational domains and only secondarily in the physical one. The implicit application of counterinsurgency logics to the domestic sphere amounts to an acknowledgment of a sovereignty crisis rather than a demonstration of strength.
The primary strategic vulnerability of the United States today lies not in external theatres, from the Indo-Pacific to Eastern Europe, but in the progressive normalization of internal coercion as a mode of governance, with direct repercussions on international credibility, deterrence, and power projection. Every life lost in domestic security operations diminishes the political-moral capital upon which American hegemony rests and reinforces the perception of a state that no longer governs through consent, but through internal deterrence.
The history of great powers is unequivocal: decline does not begin when an army loses a war abroad, but when internal order can be maintained only through the systematic use of force. At that point, security is no longer a guarantee of stability, but the clearest signal of a structural crisis already underway.