Mentre la politica si divide, concretamente, tra chi (giustamente) vorrebbe inasprire pene e dare più garanzie a operatori, e chi, mentre da la sua solidarietà, teme una riduzione dei diritti, il richiamo alla società civile del MOSAC pare l’idea più interessante, all’indomani degli scontri di Torino.
La società civile deve isolare i violenti
I punti che non vengono mai, praticamente, affrontati nel concreto sono per lo meno due, quando si tratta di tafferugli di piazza (stante gli atti di terrorismo urbano che debbono essere riconosciuti agli imbelli di askatasuna, ndr):
- I centri sociali, di “concretamente sociale” cosa hanno realizzato fino a ora? Sono “necessari”?
- se fosse concretamente vera la finalità sociale delle attività poste in essere in questi centri, stante attività notevolmente differenti dalle Parrocchie e dagli oratori, i primi a dover escludere i facinorosi dovrebbe essere un “cordone sanitario interno” al centro stesso, perché altrimenti non ci sono “compagni che sbagliano”, ma connivenza strisciante che si appalesa al momento più opportuno.
Il MOSAC, nel comunicato stampa che qui seguirà, riprende (in un certo qualsenso) questo secondo punto, esponendolo al meglio, non “perché di parte”, ma perché è un richiamo di buon senso e che (almeno per lo scrivente) sarebbe stato preferibile lo avesse fatto la politica, che in questa occasione, davanti a 100 feriti tra le forze dell’ordine, ha perso un’occasione.
Il MOSAC chiama alla mobilitazione

(Torino) – C’è un’idea bizzarra di “diritto al dissenso” che serpeggia tra i viali del Campus Luigi Einaudi e i fumi dei centri sociali torinesi: quella secondo cui la democrazia si esercita a colpi di pietre, bulloni, bombe carta e martellate sulla testa dei poliziotti. Il copione è lo stesso da decenni, ma il finale sta diventando insopportabile. A pochi metri dal Campus Luigi Einaudi, secondo una errata interpretazione del “diritto al dissenso” contro lo sgombero dell’Askatasuna, è andato in scena il solito festival della violenza gratuita. Risultato? Agenti della Polizia di Stato feriti, gli ennesimi lavoratori della sicurezza al servizio delle Istituzioni che tornano a casa con i segni di una guerriglia combattuta per millecinquecento euro al mese.
Il MOSAC (Movimento Sindacale Autonomo Carabinieri), per voce del suo rappresentante legale Luca Spagnolo, esprime la più totale e incondizionata solidarietà all’agente della Polizia di Stato che ha rischiato di morire sotto i colpi di martellate durante gli scontri. Un lavoratore della sicurezza al servizio dello Stato, che non si trovava lì per sedare idee, ma per garantire la legalità contro chi, protetto dal solito anonimato del cappuccio, scambia un’area universitaria in un campo di battaglia.
“Al collega va la nostra più totale e fraterna solidarietà”, dichiara Luca Spagnolo: “Ma la solidarietà, da sola, inizia a suonare come una beffa se non è seguita da un cambio di passo radicale”.
“Siamo stanchi del solito copione,” dichiara Luca Spagnolo. “Da una parte abbiamo professionisti della sicurezza che operano tra mille vincoli e sotto la lente d’ingrandimento di Procure e opinione pubblica; dall’altra, un manipolo di professionisti del disordine, che godono di una sorta di impunità ideologica, coccolati da una certa politica che fatica a distinguere tra un manifestante e un delinquente comune con la maschera antigas.”
Il paradosso è tutto italiano: si discute di “sgomberi soft” e di “mediazione sociale” mentre a Torino si contano i feriti tra le Forze dell’Ordine. Il MOSAC ribadisce che la violenza non è mai “comprensibile”, né tantomeno “giustificabile” dalle finalità sociali di un centro occupato. Chi aggredisce un poliziotto o un carabiniere non sta contestando un sistema: sta commettendo un reato. Punto.
“Ai colleghi feriti a Torino va il nostro abbraccio fraterno,” conclude Spagnolo. “Ma alla politica e ai vertici della P.A. chiediamo di smetterla con i comunicati di rito e i ‘moniti’ di facciata. Servono tutele legali vere, efficaci, equipaggiamenti idonei e la certezza che chi lancia una bomba carta contro un uomo in servizio non torni a casa mezz’ora dopo con una pacca sulla spalla. La pazienza del comparto sicurezza è finita: non siamo bersagli mobili per le frustrazioni degli anarchici della domenica!”.Le Forze dell’Ordine oggi non sono più solo garanti della sicurezza: sono diventate il diaframma, l’ultimo filtro tra le Istituzioni e una parte di cittadinanza che ha smarrito il senso del limite. Siamo la barriera dove si infrange la violenza feroce di gruppi criminali che non manifestano per un’idea, ma strumentalizzano il malessere per destabilizzare il Paese. È la filosofia anarchica del caos: essere refrattari a ogni regola, comprese quelle del buon senso civico.
Ma qui c’è una responsabilità che ricade anche su di noi. È arrivato il momento che tutte le sigle sindacali civili e militari, smettano di guardare al proprio orticello, si coordinino e si uniscano in un’unica, possente voce! Il tempo delle parole e delle promesse di tutta la politica è scaduto. Occorre una grande manifestazione nazionale, anche con la partecipazione della società civile, per ricordare a chi siede nei palazzi che il nostro sacrificio non è un costo d’esercizio accettabile. Non possiamo più permettere che la politica ci usi come scudo umano per poi dimenticarsene un minuto dopo la fine dei caroselli mediatici, o credere di rabbonire gli animi stanchi dei lavoratori della sicurezza con risorse finanziarie imbarazzanti e umilianti per il rinnovo del contratto collettivo di comparto.
Infine, un appello a quella parte di società civile che ancora crede nei valori costituzionali: prendete le distanze! Chi lancia bombe carta avvelena i motivi civili di ogni corteo e uccide il sacrosanto diritto di esprimere il dissenso. Se la società sana non isola i violenti, diventa complice del loro gioco! Non è accettabile che giovani poliziotti, carabinieri e finanzieri rischino la vita per permettere a dei professionisti del disordine di sentirsi rivoluzionari per un pomeriggio.