Dopo Dio, dopo la guerra: 25 aprile nell’era della frattura

Missili, petrolio, alleanze che si incrinano, civili che scompaiono. A un anno dalla morte di Papa Francesco, mentre il sistema internazionale entra in una fase di competizione permanente ad alta intensità tra potenze e blocchi, il 25 aprile, la Festa della Liberazione torna a essere non memoria ma soglia politica. Tra deterrenza, collasso del diritto e ritorno della guerra industriale.

di Cristina Di Silvio

La storia non avanza più. Strappa. E quando strappa non produce narrazione ma esposizione. Strutture. Energia. Forza. Paura.

Nel Medio Oriente la guerra non è più evento ma sistema. Un sistema che consuma capacità e produce instabilità. Le valutazioni militari occidentali indicano un impiego crescente di munizionamento di precisione e vettori a lungo raggio, con oltre 1.100 missili da crociera e sistemi stand-off utilizzati in cicli operativi recenti, in parallelo a un consumo accelerato di scorte strategiche che, secondo analisi del New York Times, ha inciso sulla disponibilità statunitense di capacità di deterrenza convenzionale avanzata. Non è più eccezione operativa. È logica di logoramento. E tutto converge su una linea d’acqua stretta come una decisione. Lo Stretto di Hormuz. Qui transita tra il 18% e il 20% del petrolio mondiale, circa 17–20 milioni di barili al giorno, e oltre un quinto del GNL globale. È uno dei tre principali chokepoint energetici del pianeta insieme a Suez e Malacca, ma è l’unico oggi pienamente militarizzato nella sua proiezione politica.

Le assicurazioni marittime nel Golfo hanno registrato incrementi superiori al 60% nei premi di rischio in fasi di tensione, mentre le rotte alternative comportano un aumento medio dei costi logistici fino al 15–30% per carico energetico globale. Non è più commercio. È leva strategica. Quando Donald Trump afferma “controlliamo Hormuz” e “non ho bisogno di nessuno”, la dichiarazione si inserisce in una dottrina già nota: controllo delle infrastrutture critiche come estensione della deterrenza globale. In termini di strategia militare è il passaggio dalla presenza alla dominanza del nodo. E infatti sotto questa grammatica strategica c’è ciò che non entra nei briefing.

A Gaza la guerra ha superato la soglia dell’emergenza ed è entrata nella condizione permanente. Oltre 1,5 milioni di sfollati interni, collasso di infrastrutture idriche ed energetiche, riduzione della capacità ospedaliera a livelli inferiori al 40% della funzionalità pre-conflitto secondo stime ONU e ONG operative sul terreno.

Nel Libano meridionale la linea di contatto resta instabile. Evacuazioni diffuse. Villaggi svuotati. La presenza della UNIFIL con circa 10.000 peacekeeper è oggi classificata nei rapporti ONU come “deterrenza di osservazione avanzata”, senza capacità di imposizione del cessate il fuoco. Una stabilizzazione che osserva ma non determina.

Qui la geopolitica perde astrazione. Diventa corpo. Diventa tempo residuo. E mentre il Medio Oriente si consuma nella logica della guerra prolungata, l’Europa tenta una forma di ordine che non possiede ancora forza piena. A Cipro si discute di energia, difesa, autonomia. Ma i numeri sono più duri delle dichiarazioni. Oltre 300 miliardi di euro di spesa militare europea annua, ma ancora una frammentazione industriale che supera i 170 sistemi d’arma differenti e una dipendenza significativa da supply chain extra-europee per componentistica critica (missilistica, radaristica, semiconduttori militari).

Emmanuel Macron insiste sull’autonomia strategica europea come condizione di sopravvivenza geopolitica, legandola esplicitamente alla capacità industriale di difesa. Donald Tusk parla di resilienza democratica come infrastruttura politica in un sistema sotto pressione ibrida. Giorgia Meloni richiama la priorità della sicurezza energetica come asse materiale della stabilità statale. Ma sotto le dichiarazioni resta una verità non risolta. L’Europa è potenza economica senza piena sovranità militare integrata. È spazio politico senza comando strategico unitario. E quello spazio oggi si incrina dentro la NATO. 31 Paesi. Dottrina dell’Articolo 5. deterrenza nucleare condivisa. Architettura costruita sulla coerenza della risposta. Ma la coerenza non è più assoluta.

Le tensioni politiche tra alleati, le divergenze operative nei teatri extra-europei e le discussioni interne su burden sharing e impegni di spesa (oltre il target del 2% del PIL ancora non pienamente rispettato da diversi membri) stanno trasformando l’Alleanza da struttura automatica a sistema negoziale permanente. In questo contesto, anche le ipotesi circolate in ambienti strategici statunitensi su possibili misure politiche nei confronti della Spagna, fino a scenari teorici di sospensione o ridimensionamento del ruolo operativo, non contano per la loro probabilità, ma per ciò che rivelano: la NATO non è più solo architettura di sicurezza, ma spazio di tensione politica interna. Non serve che accada. Basta che sia entrato nel campo del possibile. E poi c’è ciò che non appartiene alla logica della forza ma la attraversa come una crepa verticale.

Un anno fa, il 21 aprile 2025, moriva Papa Francesco. La sua voce non era militare ma sistemica. Perché introduceva nel linguaggio globale una variabile non compatibile con la deterrenza: l’innocente come limite assoluto. In più interventi pubblici, il Pontefice aveva insistito su un principio semplice e non negoziabile: la protezione dei civili come criterio superiore a qualsiasi logica di potenza, affermando che “la guerra è sempre una sconfitta dell’umanità” e che nessun equilibrio strategico può giustificare la perdita dell’innocente come variabile accettabile. La sua assenza non è religiosa.

È geopolitica indiretta. Perché rimuove dal sistema globale una funzione di contenimento morale che non apparteneva a nessun blocco. E quando il limite scompare, la potenza diventa tendenza.

Nel Novecento l’Europa ha già visto questo punto di rottura. La Seconda guerra mondiale ha prodotto oltre 60 milioni di morti, distruzione industriale totale, collasso degli equilibri strategici globali. Anche allora la guerra era stata razionalizzata prima di diventare irreversibile.

Anche allora la deterrenza era stata interpretata come garanzia prima di trasformarsi in accelerazione del conflitto. E invece no. La Festa della Liberazione nasce esattamente nel punto in cui il sistema si interrompe. Non come celebrazione ma come frattura del destino. Oggi il mondo è più armato. Oltre 2.200 miliardi di dollari di spesa militare globale, guerra multi-dominio, cyber, spazio, intelligence integrata, energia come arma strategica e infrastrutture civili come superficie vulnerabile. Ma la domanda non cambia. Chi decide quando la forza diventa eccesso. Dallo Stretto di Hormuz a Gaza, dal Libano ai tavoli europei fino alle fratture della NATO, tutto converge su una sola evidenza. La stabilità non è più prodotta dalla potenza. È continuamente erosa dalla sua espansione. E allora il 25 aprile non è più una ricorrenza. È una soglia. Perché ogni sistema, quando raggiunge il punto massimo della propria capacità di controllo, smette di evolvere. Si biforca. E da quel punto in avanti non esiste più equilibrio. Esiste solo il momento in cui la storia smette di essere gestione del possibile e diventa esposizione del suo limite.

25 aprile segui diretta dal canale della difesa

English Version


After God, after war: April 25 in the age of fracture

Missiles, oil, alliances under strain, civilians disappearing. One year after the death of Pope Francis, as the international system enters a phase of permanent high-intensity competition between powers and blocs, Liberation Day returns not as memory but as a political threshold. Between deterrence, the erosion of law, and the return of industrial warfare.

by Cristina DI Silvio

History no longer advances. It tears. And when it tears, it produces not narrative but exposure. Structures. Energy. Power. Fear.

In the Middle East, war is no longer an event but a system. A system that consumes capacity and generates instability. More than 1,100 cruise missiles and long-range stand-off systems have been deployed in recent operational cycles, not as exception but as the ordinary language of deterrence. Each missile is a compressed industrial unit. Each launch is a subtraction from the future. Each depleted stockpile opens a strategic vulnerability. And everything converges on a waterway as narrow as a decision. The Strait of Hormuz. Here passes roughly 20% of global oil flows, up to 20 million barrels per day, along with critical LNG supplies feeding Asia and Europe. It is no longer geography. It is global power infrastructure. A switch. A pressure point where commerce becomes vulnerability and vulnerability becomes a weapon. When Donald Trump states “we control Hormuz” and “I don’t need anyone,” it is not mere political rhetoric. It is the contemporary expression of unilateral supremacy doctrine. Yet history never responds to power simplification with silence. It responds with friction. With symmetry. With return effects. And indeed, beneath this strategic grammar lies what never enters the briefings.

In Gaza, war has crossed the threshold of emergency and entered permanence. Over 1.5 million internally displaced people, extreme urban density, large-scale collapse of civilian infrastructure. It is no longer a theatre of crisis. It is the transformation of territory into a space of survival.

In southern Lebanon, the line of contact remains unstable. Widespread evacuations. Empty villages. The presence of UNIFIL with approximately 10,000 peacekeepers has become more observational than deterrent enforcement. Stabilisation that watches but does not determine. Here geopolitics loses abstraction. It becomes flesh. It becomes residual time. And while the Middle East is consumed by prolonged war, Europe attempts to construct an order it does not yet fully possess.

In Cyprus, leaders discuss energy, defence, and strategic autonomy. But numbers weigh heavier than declarations. Over €300 billion in annual European military spending, yet an industrial fragmentation exceeding 170 different weapons systems. Not integration but duplication. Not power but dispersion. Emmanuel Macron insists on European strategic autonomy as a condition of geopolitical survival. Donald Tusk speaks of democratic resilience as political infrastructure. Giorgia Meloni stresses energy security as the material axis of stability. Yet beneath the declarations lies an unresolved truth: Europe is an economic power without full integrated military sovereignty. A political space without unified strategic command. And that space is now fracturing within NATO. 31 member states. Article 5 doctrine. shared nuclear deterrence. An architecture built on coherence of response. But coherence is no longer absolute. Political tensions among allies, operational divergences in external theatres, and internal debates on burden-sharing and defence spending (with several members still struggling to meet the 2% GDP target) are turning the Alliance from an automatic structure into a permanent negotiation system. In this context, even the scenarios discussed in strategic circles in the United States regarding Spain, including theoretical considerations of suspension or operational downgrading, matter not for their likelihood, but for what they reveal: NATO is no longer a fixed architecture of security, but a contested political space. It does not need to happen. It is enough that it is thinkable. And then there is what does not belong to the logic of force, yet runs through it like a vertical crack.

One year ago, on April 21, 2025, Pope Francis died. His voice was not military but systemic. Because it introduced into global language a variable incompatible with deterrence: the innocent as an absolute limit. In his public interventions, he repeatedly insisted that “war is always a defeat for humanity” and that the protection of civilians is not a policy option but a moral imperative beyond strategic calculus. His absence is not religious. It is indirectly geopolitical. Because it removes from the global system a form of moral containment that did not belong to any bloc. And when the limit disappears, power becomes tendency. In the twentieth century, Europe already witnessed this rupture.

The Second World War produced over 60 million deaths, total industrial destruction, and a complete reconfiguration of the global strategic order. Even then, war had been rationalised before becoming irreversible. Even then, deterrence had been mistaken for stability before turning into acceleration. And yet no. Liberation Day emerges precisely at the point where the system breaks. Not as commemoration, but as rupture of historical continuity. Today the world is more armed. Over $2.2 trillion in global military expenditure, multi-domain warfare, cyber, space, intelligence integration, energy as a strategic weapon, and civilian infrastructure as an indirect target surface. But the question remains unchanged. Who decides when force becomes excess. From the Strait of Hormuz to Gaza, from Lebanon to European summits, and into the fractures of NATO, everything converges on a single evidence: stability is no longer produced by power, but constantly eroded by its expansion. And so April 25 is no longer a date. It is a threshold. Because every system, once it reaches the maximum point of its capacity for control, ceases to evolve. It bifurcates. And beyond that point, there is no longer equilibrium. Only the moment when history stops being the management of the possible and becomes exposure of its limit.