Dalla progressiva compressione operativa di UNIFIL nel sud del Libano alle operazioni dell’IDF lungo la Blue Line, fino all’iniziativa multilaterale di Parigi sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz, il Medio Oriente si configura come un sistema di crisi interconnesse. In un contesto di guerra ibrida, erosione del diritto internazionale operativo e fragilità del sistema di deterrenza multilaterale, si ridefiniscono gli equilibri globali della sicurezza.
di Cristina Di Silvio
Dalla crisi del peacekeeping alla guerra ibrida globale
Il conflitto in Medio Oriente non è più riconducibile a una somma di crisi regionali, ma si configura sempre più come un ecosistema strategico integrato, nel quale domini terrestri, marittimi, energetici e giuridici si influenzano reciprocamente. In questo scenario, il Libano meridionale e lo Stretto di Hormuz emergono come due epicentri complementari di una trasformazione più profonda: quella della guerra contemporanea come sistema ibrido permanente, in cui la distinzione tra pace, deterrenza e conflitto armato tende progressivamente a dissolversi.
UNIFIL e la progressiva erosione del peacekeeping contemporaneo
La Forza Interinale delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL), istituita nel 1978 e rafforzata dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza del 2006, rappresenta uno dei dispositivi di peacekeeping più longevi del sistema ONU. Il suo mandato si fonda su tre pilastri: monitoraggio della cessazione delle ostilità, supporto alle Forze Armate Libanesi e controllo della Blue Line, con l’obiettivo politico-strategico di impedire il ritorno di strutture militari non statali nel sud del Libano. Tuttavia, la 1701 si è progressivamente rivelata una architettura normativa incompiuta. La mancata attuazione del disarmo di Hezbollah, la frammentazione della sovranità effettiva dello Stato libanese e la persistenza di una deterrenza asimmetrica tra attori statali e non statali hanno trasformato il quadro da stabilizzazione post-conflitto a equilibrio instabile permanente. Elemento cruciale è la natura operativa stessa di UNIFIL: una missione di interposizione basata su regole d’ingaggio non coercitive, fondate sul consenso delle parti, sulla neutralità e sulla libertà di movimento. Questo significa che la forza non è concepita per imporre la pace, ma per osservarla e sostenerla. In un contesto di conflitto ad alta intensità e continuità operativa, ciò determina una vulnerabilità strutturale. Negli sviluppi più recenti, il sud del Libano è divenuto teatro di una progressiva intensificazione delle operazioni militari lungo la Blue Line da parte dell’IDF, in un contesto caratterizzato da ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario e da un’elevata intensità del confronto con Hezbollah. Questo ha prodotto un innalzamento strutturale del livello di conflitto, in cui la distinzione tra contenimento ed escalation risulta sempre più sfumata. In parallelo, UNIFIL registra crescenti limitazioni operative: restrizioni alla libertà di movimento, ostacoli logistici e difficoltà nell’accesso ai rifornimenti essenziali. La presenza internazionale opera quindi non più in un contesto instabile, ma in uno spazio operativo contestato, dove la neutralità è una condizione di fatto soggetta a pressione continua. Il dato strategico è che la missione ONU non opera più in un teatro post-conflitto, ma in un ambiente di conflitto latente e persistente. Questo scenario riflette una trasformazione più ampia del sistema internazionale: l’emergere di una guerra ibrida strutturale, nella quale strumenti militari convenzionali si combinano con pressione asimmetrica, controllo delle infrastrutture critiche e contestazione selettiva delle norme del diritto internazionale. Il principio del divieto dell’uso della forza, cardine della Carta ONU, resta formalmente intatto, ma nella pratica si osserva una crescente difficoltà nel tradurlo in meccanismi di enforcement efficaci. Ne deriva una divergenza crescente tra legalità formale e dinamiche reali del potere.Parallelamente, lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei nodi più sensibili dell’architettura energetica globale. Attraverso questo passaggio transita una quota decisiva delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale, rendendolo un chokepoint strategico di rilevanza sistemica. La crescente militarizzazione dell’area e l’uso di strumenti asimmetrici come minamento e interdizione navale hanno trasformato lo stretto in un moltiplicatore di instabilità globale, con impatti diretti sui mercati energetici e sulle supply chain internazionali.
L’’iniziativa diplomatica di Parigi mira alla costruzione di un dispositivo multinazionale per la sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz, con particolare attenzione alla protezione delle rotte commerciali e allo sminamento. Tale iniziativa nasce dalla crescente vulnerabilità delle infrastrutture energetiche globali, ma si confronta con la ferma opposizione dell’Iran, che interpreta la presenza internazionale come una proiezione ostile nella propria sfera strategica. Ne deriva una tensione strutturale tipica della guerra contemporanea: misure di stabilizzazione che vengono percepite come escalation.
In questo quadro si inserisce anche il Sudan, dove dal 2023 il conflitto tra forze armate regolari e Rapid Support Forces si è trasformato da crisi politica a guerra per procura su scala regionale. La progressiva frammentazione del territorio, in particolare in Darfur e nel Kordofan, ha consolidato uno scenario di instabilità prolungata. Il conflitto sudanese non è isolato, ma si inserisce in una più ampia competizione geopolitica che coinvolge attori del Corno d’Africa, del Mar Rosso e del Golfo. Le interferenze esterne, dirette e indirette, alimentano la durata e l’intensità della guerra, inserendo il Sudan nello stesso continuum strategico che lega Medio Oriente e rotte energetiche globali. Il risultato è un ulteriore livello della crisi sistemica: mentre Libano e Hormuz rappresentano l’erosione dell’ordine normativo e marittimo, il Sudan rappresenta la frammentazione statuale estrema e la trasformazione della guerra in sistema permanente.Il collegamento tra Libano, Hormuz e Sudan non è più geografico o politico, ma pienamente sistemico. Nei tre casi emergono tre dinamiche convergenti: erosione del peacekeeping multilaterale, contestazione delle regole della navigazione globale e frammentazione statale attraverso guerre per procura. In tutti e tre gli scenari emerge un elemento comune: la crescente difficoltà del sistema internazionale nel garantire stabilità, prevedibilità e applicazione uniforme delle norme condivise.
Le conseguenze sono già visibili nella volatilità dei mercati energetici, nella militarizzazione delle infrastrutture critiche e nella trasformazione delle rotte commerciali e umanitarie in spazi di competizione strategica permanente. In questo quadro, UNIFIL diventa indicatore sensibile dello stato di salute dell’ordine internazionale, Hormuz rappresenta il termometro della sicurezza energetica globale e il Sudan il punto di frattura più profondo della stabilità contemporanea. La fase attuale segna una transizione irreversibile: dalla gestione delle crisi alla convivenza con esse.

English Version
Lebanon, Hormuz and the New Systemic Warfare: When Peacekeeping Becomes a Frontlin, UNIFIL
From the progressive operational compression of UNIFIL in southern Lebanon to IDF operations along the Blue Line, and up to the multilateral initiative in Paris on the security of the Strait of Hormuz, the Middle East is increasingly taking shape as a system of interconnected crises. In a context of hybrid warfare, erosion of operational international law, and weakening multilateral deterrence mechanisms, global security balances are being fundamentally redefined.
by Cristina Di Silvio
From the crisis of peacekeeping to global hybrid warfare
The conflict in the Middle East can no longer be interpreted as a mere aggregation of regional crises, but is increasingly emerging as an integrated strategic ecosystem in which land, maritime, energy, and legal domains continuously interact and shape one another. Within this framework, southern Lebanon and the Strait of Hormuz emerge as two complementary epicentres of a deeper transformation: the rise of contemporary warfare as a permanent hybrid system.
UNIFIL and the progressive erosion of contemporary peacekeeping
The United Nations Interim Force in Lebanon (UNIFIL), established in 1978 and reinforced by UN Security Council Resolution 1701 in 2006, remains one of the longest-standing peacekeeping mechanisms within the UN system.However, Resolution 1701 has gradually revealed itself as an incomplete normative architecture. The failure to implement Hezbollah’s disarmament, the fragmentation of Lebanese sovereignty, and asymmetric deterrence have transformed the framework into a permanently unstable equilibrium. UNIFIL operates under non-coercive rules of engagement based on consent, neutrality, and freedom of movement. This means it is not designed to enforce peace but to observe and support it, which creates structural vulnerability in continuous conflict environments.
In recent developments, southern Lebanon has witnessed a significant intensification of IDF military operations along the Blue Line, in a context marked by repeated violations of international humanitarian law and a high-intensity confrontation with Hezbollah. This has produced a structural escalation of conflict, where the boundary between containment and escalation has become increasingly blurred. In parallel, UNIFIL has faced growing operational constraints, including movement restrictions, logistical obstacles, and limitations in accessing essential supplies. The international presence now operates not in a merely unstable environment, but in a contested operational space where neutrality is a de facto condition under continuous pressure.
The UN mission is no longer operating in a post-conflict theatre but in a persistent conflict environment dominated by hybrid warfare dynamics. This reflects a broader transformation: the rise of structural hybrid warfare combining conventional force, asymmetric pressure, critical infrastructure control, and selective contestation of international law. While the UN Charter prohibition on the use of force remains formally intact, enforcement capacity is increasingly weakened, creating a gap between legal norms and real-world power dynamics.
The Strait of Hormuz is one of the most sensitive nodes in the global energy system. A significant share of global oil and LNG flows through it, making it a critical chokepoint. Militarisation and asymmetric tools such as mining and naval interdiction have turned it into a global instability multiplier.
The Paris initiative aims to establish a multinational maritime security framework for Hormuz, focusing on demining operations and protection of sea lanes. However, it faces strong opposition from Iran, which views international presence as strategic encroachment. This creates a structural tension in which stabilisation measures are perceived as escalation.
Sudan has, since 2023, evolved into a full-scale conflict between regular armed forces and the Rapid Support Forces, rapidly transforming into a proxy-driven war and accelerating state fragmentation. Darfur and Kordofan are key theatres of instability. The conflict is embedded in a wider regional competition involving the Horn of Africa, the Red Sea basin, and the Gulf.
External interference sustains and amplifies the conflict, placing Sudan within the same strategic continuum that links the Middle East to global energy and trade routes. Sudan therefore represents the third structural layer of systemic instability: state collapse dynamics complementing the erosion of peacekeeping and maritime order. The linkage between Lebanon, Hormuz and Sudan is no longer geographical or political but fully systemic. The three theatres reflect converging dynamics: erosion of peacekeeping frameworks, contestation of maritime order, and state fragmentation through proxy warfare.
The consequences are visible in energy volatility, militarisation of critical infrastructure, and the transformation of trade and humanitarian routes into permanent arenas of strategic competition.
UNIFIL becomes an indicator of international order resilience, Hormuz a barometer of global energy security, and Sudan the deepest fracture point of contemporary state stability. The current phase marks an irreversible transition from crisis management to systemic coexistence with instability.