Il trentuno marzo 2026, la Knesset israeliana ha approvato la legge che reintroduce la pena di morte per chi commette atti di terrorismo, con esecuzioni entro novanta giorni e procedure accelerate. La norma colpisce quasi esclusivamente i Palestinesi nei territori occupati e ha già scatenato mobilitazioni popolari, condanne diplomatiche e interrogativi epocali sul diritto internazionale e sulla sicurezza regionale. La legge non è solo un cambiamento giuridico interno, ma un evento destinato a ridefinire il conflitto israelo-palestinese, a incrinare profondamente il diritto internazionale umanitario, a rimodellare equilibri geopolitici nel Medio Oriente, a influenzare strategie militari e di intelligence e a modificare rapporti diplomatici globali.
di Cristina Di Silvio
La pena di morte si riaffaccia nella Terra Santa
Quando la Knesset ha approvato, con sessantadue voti favorevoli e quarantotto contrari, la legge nota come Death Penalty for Terrorists Law, Israele ha segnato una cesura storica.
Per la prima volta dalla giustizia post-coloniale, dopo l’unica esecuzione capitale del 1962, lo Stato reintroduce formalmente la pena di morte in un contesto di conflitto prolungato, polarizzazione politica interna e instabilità sociale.
La legge prevede che chiunque sia riconosciuto colpevole di omicidio in atti definiti terroristici possa essere condannato alla pena capitale con impiccagione, o, in circostanze speciali, all’ergastolo senza diritto automatico di clemenza. Le esecuzioni devono avvenire entro novanta giorni dalla sentenza. Gli accusati processati nei tribunali militari del West Bank, cittadini palestinesi non israeliani, sono i principali soggetti ai quali la legge si applicherà, mentre i cittadini israeliani colpevoli di omicidi analoghi continueranno a essere giudicati nel sistema civile, con pene alternative e garanzie procedurali più solide.
La legge emerge da un clima di violenza persistente, attentati mortali, rappresaglie cicliche e tensioni politiche interne, in cui fazioni estremiste vedono nella pena di morte uno strumento di deterrenza assoluta.
Il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, e la maggioranza parlamentare hanno celebrato la norma come strumento di giustizia e protezione nazionale, mentre alcuni parlamentari hanno adottato simboli provocatori durante i dibattiti. Le reazioni internazionali sono state immediate e senza precedenti. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha dichiarato che l’applicazione della norma nei territori occupati costituirebbe una violazione del diritto internazionale umanitario e potrebbe configurarsi come crimine di guerra. Molti governi occidentali, pur riconoscendo le preoccupazioni di sicurezza di Israele, hanno espresso forti riserve. Una dichiarazione congiunta dei ministri degli esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito ha definito la pena di morte inumana e degradante, sottolineando che la sua introduzione rischia di minare gli impegni di Israele verso principi democratici e diritti umani.
La Commissione Europea ha parlato di grave passo indietro, denunciando regressione rispetto agli standard di stato di diritto e implicazioni discriminatorie della norma. I gruppi per i diritti umani hanno intensificato le condanne. Organizzazioni internazionali e comunità religiose hanno affermato che lo Stato non dovrebbe legittimare la pena capitale in un sistema giudiziario caratterizzato da doppia struttura: un sistema civile per cittadini israeliani e uno militare per Palestinesi, denunciando discriminazione sistemica e pratiche assimilabili a un apparato di apartheid.
Sul terreno, la risposta è stata potente e continuativa. In Cisgiordania, migliaia di persone hanno partecipato a proteste e marce, mentre negozi e istituzioni restavano chiusi in scioperi generali. La mobilitazione popolare continua con cortei settimanali e appelli alla comunità internazionale per sospendere la legge. All’interno di Israele, gruppi della società civile e difensori dei diritti umani hanno avviato procedimenti legali presso la Corte Suprema, sostenendo che la norma viola i Basic Laws e i principi di uguaglianza davanti alla legge.
Dal punto di vista geopolitico, la legge rappresenta un momento di frattura nei rapporti di Israele con partner internazionali.
L’adozione della pena di morte ha incrementato tensioni con paesi arabi limitrofi, che vedono nella norma una conferma di discriminazione sistematica e una minaccia alla stabilità regionale. L’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per il possibile effetto destabilizzante sugli equilibri regionali e per il rischio che la legge alimenti radicalizzazioni, cicli di vendetta e escalation militari. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno richiamato Israele al rispetto dei diritti umani, mentre Giordania ed Egitto hanno avviato consultazioni straordinarie con l’ONU per valutare azioni diplomatiche e pressioni multilaterali. La decisione rischia di complicare cooperazione giudiziaria e di sicurezza con alleati che basano le loro politiche sul rispetto rigoroso dei diritti umani e potrebbe essere vista come precedente in altri conflitti. Storicamente, la pena di morte in Israele è stata un’eccezione estrema.
La sua reintroduzione non è solo una modifica normativa, ma la ridescrizione del patto tra legge e legittimità morale. È un atto che pone domande profonde su come uno Stato democratico affronta l’altro in un conflitto prolungato. La legge non elimina l’incertezza o il rischio di violenza; rischia di trasformare la percezione stessa della giustizia in un teatro di conflitto permanente, normalizzando la morte come risposta istituzionale alla violenza. L’eco di queste decisioni si propaga ben oltre i confini regionali. La comunità internazionale osserva, reagisce e reagirà nuovamente al primo caso di applicazione concreta della legge. Ogni esecuzione sarà letta non solo come un evento legale, ma come simbolo di uno Stato che sceglie la pena di morte come strumento di politica, sicurezza, deterrenza, controllo strategico e gestione del rischio. Storicamente, la norma segna una cesura epocale, non solo nella politica interna, ma anche nel diritto internazionale umanitario, creando un precedente che potrebbe influenzare conflitti asimmetrici e l’uso della pena capitale come strumento di deterrenza statale. Essa genera potenziali destabilizzazioni regionali e tensioni diplomatiche con alleati strategici, mentre la doppia struttura giudiziaria interna accentua percezioni di discriminazione sistemica e profonde fratture nel tessuto legale. La comunità internazionale osserverà con attenzione la prima applicazione concreta della norma, consapevole che ogni decisione sarà un indicatore cruciale della direzione futura del conflitto e della stabilità regionale.

English version
Israel Reintroduces the Death Penalty: A Turning Point Shaking Law, Conflict, and Global Geopolitics
Abstract: On March thirty first, 2026, the Israeli Knesset approved the law reintroducing the death penalty for those committing acts of terrorism, with executions within ninety days under accelerated procedures. The law practically targets almost exclusively Palestinians in the occupied territories and has already sparked popular mobilizations, diplomatic condemnations, and epochal questions about international law and regional security. This is not merely an internal legal amendment, but an event set to redefine the Israeli-Palestinian conflict, to challenge international humanitarian law, to reshape geopolitical balances in the Middle East, to influence military and intelligence strategy, and to redefine global diplomatic relations.
by Cristina Di Silvio
When the Knesset approved the Death Penalty for Terrorists Law, with sixty-two votes in favor and forty-eight against, Israel marked a historic rupture.
For the first time since post-colonial justice, following the single capital execution in 1962, the state formally reintroduces the death penalty in a context of prolonged conflict, internal political polarization, and social instability.
The law stipulates that anyone found guilty of murder in acts defined as terrorist may be sentenced to death by hanging, or, in special circumstances, to life imprisonment without an automatic right to clemency. Executions must occur within ninety days of sentencing. Accused individuals tried in military courts in the West Bank, non-Israeli Palestinian citizens, are the main subjects to whom the law applies, while Israeli citizens committing similar murders will continue to be judged in the civil system, with alternative sentences and stronger procedural guarantees.
The law emerges from persistent violence, deadly attacks, cyclical reprisals, and internal political tension, in which extremist factions see the death penalty as an ultimate deterrent.
Minister of National Security Itamar Ben Gvir and the parliamentary majority celebrated the law as a tool of justice and national protection, while some members of parliament displayed provocative symbols during debates. International reactions were immediate and unprecedented. The United Nations High Commissioner for Human Rights stated that applying the law in the occupied territories would constitute a violation of international humanitarian law and could amount to a war crime. Many Western governments, while recognizing Israel’s security concerns, expressed strong reservations. A joint statement by the foreign ministers of Germany, France, Italy, and the United Kingdom described the death penalty as inhumane and degrading, emphasizing that its introduction risks undermining Israel’s commitment to democratic principles and human rights.
The European Commission called it a serious step backward, denouncing regression in rule of law standards and discriminatory implications of the law. Human rights organizations intensified condemnation. International bodies and religious communities asserted that the state should not legitimize capital punishment in a judicial system characterized by dual structure: a civil system for Israeli citizens and a military system for Palestinians, denouncing systemic discrimination and practices comparable to an apartheid apparatus.
On the ground, the response has been powerful and sustained. In the West Bank, thousands participated in protests and marches, while shops and institutions closed for general strikes. Popular mobilization continues with weekly demonstrations and appeals to the international community to suspend the law. Within Israel, civil society groups and human rights defenders filed proceedings in the Supreme Court, arguing that the law violates the Basic Laws and the principle of equality before the law. From a geopolitical perspective, the law represents a rupture in Israel’s relations with international partners. The adoption of the death penalty has heightened tensions with neighboring Arab countries, which see the law as confirmation of systemic discrimination and a threat to regional stability. The European Union and the United States expressed concern over its potentially destabilizing effects on regional balances and the risk that it may fuel radicalization, cycles of revenge, and military escalation. Saudi Arabia and the United Arab Emirates called on Israel to respect human rights, while Jordan and Egypt initiated extraordinary consultations with the UN to evaluate diplomatic measures and multilateral pressure.
The decision risks complicating judicial and security cooperation with allies that base their policies on strict human rights standards and could set a precedent in other conflicts. Historically, the death penalty in Israel has been an extreme exception. Its reintroduction is not merely a legal amendment, but a rewriting of the pact between law and moral legitimacy. It raises profound questions about how a democratic state confronts the other in a prolonged conflict. The law does not eliminate uncertainty or the risk of violence; it risks transforming the perception of justice itself into a theater of permanent conflict, normalizing death as an institutional response to violence.
The reverberations of these decisions extend far beyond regional borders. The international community observes, reacts, and will react again to the first concrete application of the law. Each execution will be read not only as a legal event, but as a symbol of a state choosing the death penalty as a tool of policy, security, deterrence, strategic control, and risk management. Historically, the law marks an epochal rupture, not only in domestic politics, but also in international humanitarian law, creating a precedent that could influence asymmetric conflicts and the use of capital punishment as a state deterrent. It generates potential regional destabilization and diplomatic tensions with strategic allies, while the dual internal judicial structure amplifies perceptions of systemic discrimination and deep fractures within the legal fabric. The international community will watch closely the first practical application of the law, aware that every decision will be a crucial indicator of the future direction of the conflict and regional stability.