Gaza e Ucraina sono sulla breccia delle agenzie di informazioni da anni, oramai, certamente con tempistiche differenti, motivazioni diverse, criticità ugualmente note, dove, in egual modo, la comunità internazionale non ha saputo, non è riuscita, non è voluta intervenire. In un caso (Ucraina) con i troppi veti posti a carico del Paese aggredito, nell’altro (Gaza) con l’eccessiva accondiscendenza, verso il Paese aggredito. In entrambi i casi si sono osservati reati gravi, al punto che l’autrice – correttamente – si chiede “ma il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario, dove sono? Solo retorica?”. Ancora, comune ai due conflitti è il ruolo USA, certamente ora con un peso differente: verso l’Ucraina da arrendevole mediatore, meglio come commerciante, verso Gaza è vittima della retorica post bellica della seconda guerra mondiale, oggi assolutamente decontestualizzata e vittima della disinformazione che le immagini di una Gaza “piallata” non possono alterare.
Di Cristina Di Silvio (intro Silvestro Marascio)
Trump tra due guerre: Gaza e Ucraina
“È venuto il momento di porre fine a questa carneficina senza senso.”

Con questa dichiarazione in occasione dell’anniversario dell’indipendenza di Kiev, il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha tracciato una linea morale e strategica netta: nel teatro ucraino la Russia è l’aggressore, ogni vittima civile a Kiev o Kharkiv è tragedia da condannare, ogni attacco a ospedali o giornalisti una possibile violazione del diritto internazionale.
La narrazione occidentale è unita e ferma, l’apparato diplomatico, militare e mediatico coeso. Perché, allora, quando a essere decimata è la popolazione civile di Gaza, la stessa chiarezza scompare?

La “carneficina senza senso” diventa “necessità operativa”. Una doppia morale geopolitica incrina il concetto stesso di universalità del diritto umanitario.
L’offensiva israeliana nella Striscia, iniziata nell’ottobre 2023, ha già provocato oltre 35.000 vittime – in prevalenza civili – con ospedali e scuole sistematicamente distrutti, corridoi umanitari interrotti e infrastrutture sanitarie azzerate (OMS, 2025).
La IV Convenzione di Ginevra (art. 18) e il Primo Protocollo Addizionale (art. 79) tutelano rispettivamente ospedali e giornalisti: la loro violazione reiterata configura potenziali crimini di guerra.
Il trattamento riservato a Gaza mette in discussione la coerenza dell’intero impianto normativo e strategico su cui si fonda l’ordine internazionale postbellico.
Come può l’Occidente rivendicare il primato del diritto, se è il primo a ignorarlo quando non gli conviene?
Come può denunciare i crimini russi in Ucraina e, simultaneamente, garantire impunità diplomatica e militare a Israele dopo decenni di risoluzioni violate?
La geopolitica, priva di coerenza morale, si riduce a tecnologia del potere. Il diritto internazionale, se non è applicato universalmente, diventa strumento di propaganda. La solidarietà selettiva, infine, è l’altra faccia della complicità.
Un segnale importante in ambito internazionale è arrivato dal fondo sovrano norvegese (il più grande al mondo): ha escluso dal proprio portafoglio Caterpillar, azienda i cui bulldozer sarebbero stati utilizzati per distruggere in modo sistematico proprietà civili a Gaza e in Cisgiordania.
Il consiglio etico del fondo ha affermato che vi è «un rischio inaccettabile» che tali macchinari contribuiscano a «gravi violazioni del diritto internazionale umanitario» – una presa di posizione cruciale e di elevato livello etico.

Sul piano giuridico la Carta delle Nazioni Unite proibisce l’uso della forza contro l’integrità territoriale di un altro popolo (art. 2, par. 4), e le Risoluzioni 242 (1967) e 338 (1973) chiedono il ritiro dai territori occupati.
La Risoluzione 2728 (2024), appoggiata da 140 Stati membri – tra cui Francia, Giappone, Brasile, Spagna, Irlanda, Cina e Sudafrica – ha chiesto un immediato cessate il fuoco a Gaza. Israele ha respinto tali appelli, giustificandosi con l’art. 51 (autodifesa), ma la Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che tale diritto non consente punizioni collettive.
Nel frattempo, l’operazione militare ha assunto una narrazione grottescamente selettiva: a Kiev un ospedale colpito diventa tragedia nazionale, a Gaza “evento collaterale”; a Kharkiv un giornalista ucciso fa apertura, a Rafah è un numero nella cronaca.
Questa gerarchia delle vittime riflette un doppio standard funzionale all’agenda strategica: l’Ucraina è difesa, Gaza viene criminalizzata e marginalizzata.
Ecco allora che alcune voci coraggiose si sono alzate. I patriarchi di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa e il patriarca greco ortodosso Teofilo III, hanno annunciato: “Il clero e le suore hanno deciso di rimanere e continuare a prendersi cura di tutti coloro che saranno nei complessi… lasciare Gaza e cercare di fuggire verso sud sarebbe una condanna a morte.” In particolare, il complesso greco ortodosso di San Porfirio e quello della Sacra Famiglia hanno accolto anziani, donne, bambini e persone con disabilità assistiti dalle Suore Missionarie della Carità, in condizioni di malnutrizione e debolezza accentuate dal conflitto . Il loro appello congiunto ricorda che non può esserci futuro fondato sull’esilio forzato, la prigionia o la vendetta, e invoca il richiamo di Papa Leone XIV: “Tutti i popoli, anche i più piccoli e deboli, devono essere rispettati dai potenti nella loro identità e nei loro diritti, in particolare il diritto di vivere nella propria terra”.
Era inevitabile che questa narrazione coerente, radicata nel linguaggio del diritto, rappresentasse una sfida diretta al silenzio complice dominante. Perché la geopolitica, senza coerenza morale, si trasforma in potere cinico; il diritto internazionale, se applicato solo a convenienza, è mera propaganda.
Chi oggi tace o giustifica ciò che accade a Gaza domani non potrà invocare giustizia altrove senza perdere ogni legittimità.