di Carlo Di Sansebastiano
Negli ultimi giorni, l’Iran è teatro di una delle più intense ondate di proteste dalla rivoluzione del 1979. Le manifestazioni, iniziate alla fine di dicembre 2025 a causa del deterioramento economico e dell’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità, si sono rapidamente diffuse in numerose città come Teheran, Mashhad, Isfahan e altre aree urbane del paese. La causa scatenante è principalmente economica: l’Iran sta affrontando una profonda crisi economica, caratterizzata da inflazione molto alta (oltre il 40–50%), un crollo della valuta locale e un tasso crescente di povertà.
Il peso combinato delle sanzioni internazionali reimposte, della disconnessione dai mercati finanziari globali e della gestione inefficiente dell’economia ha eroso il potere d’acquisto e generato un forte malcontento diffuso. Le proteste del 2025–2026 hanno visto un’escalation significativa: decine di migliaia di persone in piazza, oltre 500 morti e più di 10.000 arresti secondo gruppi per i diritti umani internazionali, nonché un massiccio ricorso alla repressione da parte delle autorità, compresi blackout di Internet e restrizioni sulle comunicazioni.
Parallelamente, la natura delle manifestazioni è evoluta: da iniziali richieste economiche si è passati a slogan e rivendicazioni più ampie contro la leadership teocratica, ponendo una sfida significativa al regime e alla sua legittimità sul lungo periodo. Il potere in Iran è strutturato attorno alla figura del Leader Supremo, con influenza determinante sulle istituzioni chiave (militare, giudiziario e politica estera).
La questione della sua successione, data l’età avanzata dell’attuale leadership, non è stata risolta e amplifica le tensioni interne, con fazioni hardline e moderate in competizione per la definizione del futuro assetto politico del paese. Sebbene non sia in corso un conflitto aperto di vasta scala, l’Iran continua a essere al centro di tensioni riguardanti il suo programma nucleare e la possibilità di un suo riarmo.
Dopo il fallimento o la sospensione degli accordi di Vienna, le relazioni diplomatiche con l’Occidente si sono deteriorate e il paese è sempre più isolato diplomaticamente. Il nucleare rimane una questione cruciale: mentre Teheran sostiene il diritto all’energia nucleare civile, paesi occidentali temono un possibile cammino verso capacità militari. L’incertezza su questo punto continua a generare pressioni internazionali e sanzioni economiche aggiuntive.
Per ovviare alle sanzioni occidentali e diminuire l’isolamento, l’Iran ha intensificato i legami con potenze non occidentali come Russia e Cina, culminando in un Trattato di Partnership Strategica con Mosca nel 2025. Questa alleanza non è solo economica ma ha anche una componente geopolitica, tentando di bilanciare la pressione degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione e di ottenere supporto politico su scelte strategiche come la questione nucleare e la partecipazione in conflitti per procura in Medio Oriente.
La situazione in Iran, con le sue dinamiche interne e le sue relazioni esterne, ha profonde implicazioni per la sicurezza, l’economia e la politica estera europea. Un tema emergente riguarda la sovranità europea e la sicurezza interna. Diversi governi occidentali, incluso il Consiglio dell’Unione Europea, hanno denunciato attività di intelligence iraniana sul territorio europeo, accusando Teheran di coinvolgimento in casi di intimidazione, persecuzione e possibili piani di rapimento o violenze legati alla diaspora e ai dissidenti.
Queste attività, se confermate, rappresentano un serio problema di violazione della sovranità europea, con implicazioni dirette per le politiche di sicurezza interna e la cooperazione tra Stati membri su contrasto al terrorismo e protezione delle comunità vulnerabili. Tradizionalmente, l’Europa ha cercato di assumere un ruolo di mediatore nelle relazioni tra Iran e Stati Uniti, specialmente dopo l’accordo nucleare del 2015.
Tuttavia, nel contesto attuale le autorità iraniane dichiarano che l’Europa ha perso rilevanza nei futuri negoziati, accusandola di essersi allineata alle richieste occidentali più dure e di aver indebolito la propria capacità di essere un interlocutore neutrale. Questo ridimensionamento del ruolo europeo mette in discussione non solo la capacità dell’UE di gestire crisi diplomatiche complesse, ma anche la sua influenza strategica globale.
Di fronte alla crescente competizione geopolitica tra Stati Uniti e grandi potenze come Cina e Russia, l’Ue rischia di essere marginalizzata nei processi decisionali che riguardano la sicurezza e la stabilità in aree critiche come il Medio Oriente. La crisi iraniana ha effetti indiretti ma non trascurabili sui mercati energetici globali, con conseguenze dirette per l’economia europea.
Le tensioni in Medio Oriente tendono a far crescere i prezzi del petrolio e del gas, aumentando i costi energetici per imprese e consumatori europei e mettendo sotto pressione economie già fragili. In un continente che negli ultimi anni ha cercato di ridurre la dipendenza energetica dall’estero, una nuova ondata di instabilità in Medio Oriente potrebbe frenare gli sforzi di transizione energetica e aumentare i costi delle importazioni energetiche, con effetti inflazionistici e competitivi sui settori più energivori.
L’instabilità in Iran, aggravata dalla crisi economica profonda e dalle proteste, potrebbe avere implicazioni migratorie rilevanti per l’Europa. Un peggioramento economico protratto, un prolungato stato di conflitto interno o un collasso delle istituzioni centrali rischiano di spingere flussi migratori verso l’Europa, in particolare attraverso rotte tradizionalmente usate da chi fugge da crisi socioeconomiche e politiche in Medio Oriente e Asia centrale. Tali flussi aggiungerebbero ulteriori pressioni sui sistemi di asilo europei, già messi alla prova da crisi precedenti e da un quadro geopolitico complesso.
Il contesto iraniano pone anche quesiti chiave sulla capacità dell’Europa di difendersi in autonomia strategica. Con la riduzione del ruolo diplomatico tradizionale e l’escalation di tensioni transregionali, l’UE è spinta a riflettere sulla necessità di una politica di difesa e sicurezza comune più robusta, che possa proteggere gli interessi europei senza dipendere esclusivamente dall’ombrello strategico atlantico. Questo include la cooperazione tra Stati membri su intelligence, difesa cibernetica, controterrorismo e gestione delle crisi internazionali.

Iran in fiamme, l’analisi del contesto e degli scenari
