Benessere del personale e parcheggi

Sicuramente quando si parla di pubblico impiego la prima cosa che risalta è l’occupazione stabile, lo stipendio sicuro, ma – tendenzialmente – per le forze dell’ordine, tutti i fringe benefit possibili altrove rimangono delle chimere, manco i parcheggi.

Caserme ampie e parcheggi scarsi

Un desiderio non è un diritto, e il diritto, è risaputo, fa riferimento a un atto, sia esso amministrativo o giuridico, ugualmente riconducibile ad Autorità, che, evidentemente, determinate decisioni assume.

E fin qui…tutto ovvio, scontato, si potrebbe dire, ha una sua logicità, ma da contestualizzare.

Sostanzialmente gli appartenenti alle FF.OO. non hanno chissà quali diritti in più, magari rispetto alla PA, o meglio, hanno quelli che sono riconosciuti e tutelati dalle norme e quindi, verticalizzando la tematica, gli stessi sono poi contrattualizzati, ma in concreto non vi sono fringe benefit particolari per questo personale.

Il telefono di servizio? Beh, viene assegnato per le reperibilità, non si tratta esattamente di un beneficio; palestre interne? Tendenzialmente esse sono presenti nei reparti di istruzione e in quelli per la tutela dell’ordine pubblico. Non è esattamente un benefit, visto che tra le materie dei corsi di formazione è presente sia la difesa personale che l’educazione fisica, mentre per garantire la sicurezza pubblica il contatto fisico è all’ordine del giorno, ovvio quindi potenziare, un minimo, la muscolarità dei reparti mobili.

Particolari convenzioni? Macché… sono tipiche di tutto l’universo della pubblica amministrazione (da quelle universitarie, alle assicurazioni, dalle vacanze alle vetture): si punta alla massificazione di un’offerta per aver maggiori possibilità di introito da parte dei vendor, e un patrimonio di potenziali nuovi clienti di quasi 500.000 utenti è logico che possa far gola.

Benefici concreti possono essere riconducibili, per esempio, alla flessibilità lavorativa, tra gli altri, e questa viene anche a mancare per la particolare funzione svolta dal comparto difesa e sicurezza, anche se vi possono essere reparti o uffici che per i particolari doveri disimpegnati possono sostenere ritmi lavorativi differenti rispetto a un c.d. “turno in quinta” (circuito tipico: sera, pomeriggio, mattina, notte, riposo).

Ancora, il telelavoro (lo smartworking), che consentirebbe di abbattere i costi di percorrenza casa – sede di servizio, non è un metodo applicabile, a causa della particolarità delle funzioni espletate dalle FF.OO, dalla riservatezza dei dati trattati, siano essi di natura investigativa, giudiziaria o amministrativa, e dalla necessità di un “contatto umano” con il pubblico, date le tematiche affrontate (difficile immaginare il seguire indagini per un “codice rosso” a distanza).

Parcheggi caserme

Una querela, infatti, può essere presentata anche online, ma un chatbot non potrà mai finalizzarla senza che sia vidimata da un ufficiale di polizia giudiziaria, giusto il limitarsi a una denuncia di smarrimento.

Rimangono i parcheggi, anzi, no, e nemmeno gli alloggi di servizio.

Andando per ordine, però…

Gli alloggi di servizio a prescindere dall’incarico espletato, hanno sempre avuto la funzione di garantire un presidio, e una pronta reperibilità, e quindi impiego, del militare che li occupa.

Successivamente al venir meno dell’obbligo di arruolarsi da celibi/nubili (non si creda chissà quando, venti anni fa), l’accasermamento, e anche occupazione degli alloggi di servizio, ha avuto alterni momenti, assommatosi alle varie fasi degli avanzamenti di grado: oggi si ha una inversione di tendenza rispetto ad anni fa, è più facile per un carabiniere scelto rientrare in Campania rispetto a un vicebrigadiere, scenari impensabili nel 2015.

La “cosa” simpatica, e a tratti illogica, è la gestione dei parcheggi interni, specie a fronte di ampi spazi disponibili, come accade alla Caserma che ospita il Comando Unità Mobili e Specializzate dei Carabinieri, a Roma.

Qui infatti, per logiche organizzative interne, gli stalli per veicoli sono riservati solo al personale che vi lavora e non che vi alberga, ai “pendolari”, insomma.

Come si diceva all’inizio, si crea una regola, dal rispetto di essa ne discende un diritto, ovvio però che quel diritto debba anche essere “condiviso” – in un certo qual senso – dalla base sociale cui la regola è imposta, è una naturale conseguenza di ciò (almeno la comprensione di ciò), e qui, nel momento in cui si hanno caserme dagli spazi ampi, altrimenti non utilizzati, che ospitano un bacino di utenti, in pianta stabile, notevole, numericamente parlando, non si comprende il motivo per cui gli accasermati non possano avere dei pass per parcheggi.

Si vive una epoca da smart city, di città digitali, ma realmente digitali, dove la sensoristica e la connettività veloce la fanno da padroni, o quasi. Possibile non si riesca a ideare, mettere a terra, più che altro, per esempio, un sistema di conteggio autovetture agli ingressi delle caserme per verificare il numero di veicoli in entrate e gli stalli ancora occupabili?

Oppure, mantenendo una campienza bilanciata, si decida che una quota parte di parcheggi venga riservata a chi quella caserma realmente “la vive”?

L’essere accasermato è realmente un beneficio per il personale?

A primo acchito viene da rispondere affermativamente ma è sostanzialmente una situazione di ripiego rispetto ai costi della vita, evidentemente non congruenti agli stipendi percepiti, paradossalmente ciò rappresenta un minus rispetto al potere contrattuale del comparto.

La disponibilità del posto letto in caserma è restituita con la disponibilità lavorativa di quel personale e con la presenza a tutela della stessa caserma (specie se si pensasse a un piccolo presidio, come una stazione carabinieri); la stanza non può “essere personalizzata”, anche in termini di elettrodomestici da usare, perché ovviamente questonsarebbe impattatante sui consumi e sulla sicurezza complessiva di quella struttura.

Forse per il sostanziale benessere del personale non si devono attendere chissà quali proclamoni, basterebbe iniziare da cose minime, come la sociologia d’altronde insegna, e, rimanendo a tema criminologico-investigativo, si potrebbe rimandare al successo della teoria della “finestra rotta“: intervenendo su piccoli reati è possibile contenere ben più grandi criticità, esattamente come accade con il binomio pass-benessere personale.