Colloqui USA–Iran a Islamabad e la nuova geometria della deterrenza tra Hormuz, Levante e crisi sistemica regionale

I colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran a Islamabad si collocano in una fase di riconfigurazione profonda della sicurezza regionale, caratterizzata da una de-escalation fragile e da una crescente interconnessione tra teatri di crisi. Il Pakistan, sotto la leadership del primo ministro Shehbaz Sharif e del capo di Stato Maggiore Asim Munir, agisce come nodo infrastrutturale di mediazione indiretta tra Washington e Teheran. La delegazione statunitense è guidata dal vicepresidente JD Vance, con il coinvolgimento di Steve Witkoff e Jared Kushner in canali diplomatici paralleli, mentre la parte iraniana riflette le tensioni tra il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e le componenti securitarie legate ai Pasdaran. Il processo negoziale si sviluppa in parallelo alla centralità strategica dello Stretto di Hormuz e alla persistente instabilità del fronte israelo libanese, dove Israele e Hezbollah mantengono una dinamica di confronto ad alta intensità con segnali limitati di contenimento operativo.

di Cristina Di Silvio

Tregua, la novità? I colloqui passano da Islamabad

I colloqui di Islamabad si inseriscono in una traiettoria storica che affonda le radici nella frattura tra Stati Uniti e Iran successiva alla rivoluzione del 1979, evoluta attraverso fasi di deterrenza asimmetrica, sanzioni economiche e diplomazia intermittente. Il punto di massima strutturazione resta il Joint Comprehensive Plan of Action del 2015, negoziato dall’amministrazione Obama con John Kerry e Mohammad Javad Zarif, poi progressivamente eroso fino al collasso dell’architettura di contenimento nucleare.

Islamabad come infrastruttura di mediazione indiretta nella transizione verso una deterrenza reticolare

Il vuoto lasciato dal JCPOA ha consolidato un sistema ibrido in cui coercizione economica, pressione militare indiretta e negoziazione non istituzionalizzata coesistono senza quadro stabile. In questo contesto, il formato di Islamabad non è un vertice politico tradizionale, ma un dispositivo di comunicazione indiretta ad alta densità strategica, con il Pakistan nel ruolo di interfaccia geopolitica tra sistemi privi di fiducia reciproca. Sul piano operativo, lo Stretto di Hormuz resta il principale moltiplicatore di rischio globale. La presenza della Quinta Flotta statunitense nel Golfo e le capacità asimmetriche iraniane dell’IRGC Navy, mine navali, missili costieri, unità rapide e guerra elettronica, definiscono un equilibrio di deterrenza instabile, altamente sensibile a incidenti o escalation non intenzionali.

IL FRONTE ISRAELO LIBANESE SI CONFIGURA COME ASSE AUTONOMO DI INSTABILITÀ AD ALTA INTENSITÀ…

Israele, sotto la guida di Benjamin Netanyahu e del ministro della Difesa Yoav Gallant, pur proseguendo le operazioni contro Hezbollah, manifesta apertura a un quadro limitato di de-escalation con il Libano, finalizzato a prevenire l’estensione del conflitto su scala regionale. Non si tratta di un processo di pace, ma di una gestione tattica del rischio strategico lungo il confine nord. Hezbollah, sotto la leadership di Hassan Nasrallah, continua a rappresentare il principale vettore militare iraniano nel Levante, integrando capacità missilistiche, droni e infrastrutture distribuite sul territorio libanese. Il Libano, sotto il governo di Najib Mikati, rimane uno spazio di sovrapposizione tra autorità statale fragile e attori armati non statali. Questa dinamica rende il fronte israelo libanese una variabile direttamente interdipendente rispetto al negoziato di Islamabad, inserendo il dossier iraniano in una rete di pressione simultanea che include Hormuz, Levante e architettura nucleare. Le principali capitali occidentali ed europee interpretano il processo come una finestra di de-escalation non strutturale. Parigi, Londra e le monarchie del Golfo condividono la valutazione di una stabilità solo temporanea, subordinata all’evoluzione dei dossier nucleare e marittimo. In questo quadro, la deterrenza non è più lineare ma distribuita: un sistema reticolare in cui Islamabad agisce come nodo di mediazione, Hormuz come punto di pressione energetico-militare, Israele come attore di deterrenza attiva, Hezbollah come proxy strutturale e Washington come centro di coordinamento strategico. La traiettoria complessiva indica un cambiamento irreversibile: la crisi non rappresenta più una deviazione dell’ordine internazionale, ma la sua condizione strutturale permanente.

Islamabad facilità colloqui USA Iran

English Version


US–Iran Talks in Islamabad and the New Geometry of Deterrence across Hormuz, the Levant, and a Systemic Regional Crisis

The indirect talks between the United States and Iran in Islamabad unfold within a phase of profound regional security reconfiguration, defined by a fragile de-escalation and an increasing interconnection among multiple crisis theaters. Pakistan, under the leadership of Prime Minister Shehbaz Sharif and Chief of Army Staff General Asim Munir, operates as an infrastructural node of indirect mediation between Washington and Tehran. The US delegation is led by Vice President JD Vance, with Steve Witkoff and Jared Kushner involved through parallel diplomatic channels, while the Iranian side reflects internal tensions between Foreign Minister Abbas Araghchi and security-aligned factions linked to the Islamic Revolutionary Guard Corps. The negotiation process develops in parallel with the strategic centrality of the Strait of Hormuz and the persistent instability of the Israel–Lebanon front, where Israel and Hezbollah maintain a high-intensity confrontation with only limited and informal signals of operational containment.

by Cristina Di Silvio

The Islamabad talks are embedded in a historical trajectory rooted in the rupture between the United States and Iran following the 1979 Islamic Revolution, evolving through successive phases of asymmetric deterrence, economic sanctions, proxy warfare, and intermittent diplomatic engagement. The most structured attempt at containment remains the 2015 Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), negotiated under the Obama administration by John Kerry and Mohammad Javad Zarif, and subsequently eroded until the collapse of its nuclear containment architecture.

Islamabad as an Indirect Mediation Infrastructure in the Transition toward Networked Deterrence.

The vacuum left by the JCPOA has consolidated a hybrid system in which economic coercion, indirect military pressure, and non-institutionalized diplomacy coexist without a stable regulatory framework. Within this context, the Islamabad format is not a traditional diplomatic summit but a high-density indirect communication mechanism, with Pakistan acting as a geopolitical interface between two systems lacking mutual trust and direct diplomatic continuity. At the operational level, the Strait of Hormuz remains the primary global risk multiplier. The presence of the US Fifth Fleet in the Gulf, combined with Iranian asymmetric capabilities under the Islamic Revolutionary Guard Corps Navy—naval mines, coastal missile systems, fast attack craft, and electronic warfare assets—defines an unstable deterrence equilibrium highly sensitive to miscalculation and unintended escalation.

THE ISRAEL–LEBANON FRONT EMERGES AS AN AUTONOMOUS HIGH-INTENSITY INSTABILITY AXIS, WITH AN EMERGING BUT NOT YET INSTITUTIONALIZED PATTERN OF OPERATIONAL CONTAINMENT

Israel, under the leadership of Prime Minister Benjamin Netanyahu and Defense Minister Yoav Gallant, while continuing military operations against Hezbollah, signals limited openness to a constrained de-escalation framework with Lebanon, aimed at preventing the expansion of the conflict into a full-scale regional war. This does not constitute a peace process, but rather a tactical risk-management posture along the northern border. Hezbollah, led by Hassan Nasrallah, continues to function as the principal Iranian military proxy in the Levant, integrating missile capabilities, drone systems, and distributed infrastructure across southern Lebanon. Lebanon, under the fragile authority of Prime Minister Najib Mikati, remains a hybrid space of weakened state sovereignty and non-state armed actors. This configuration renders the Israel–Lebanon front directly interdependent with the Islamabad negotiation track, embedding the Iranian dossier within a simultaneous pressure system spanning Hormuz, the Levant, and the nuclear domain. Western and regional capitals broadly interpret the process as a non-structural and reversible de-escalation window. Paris, London, and Gulf monarchies converge on the assessment that stability remains conditional and temporary, dependent on the evolution of both the nuclear and maritime security dossiers. Within this framework, deterrence is no longer linear but distributed: a networked system in which Islamabad functions as a mediation node, Hormuz as an energy-military pressure point, Israel as an active deterrence actor, Hezbollah as a structural proxy, and Washington as the coordinating center of strategic management. The overall trajectory points to an irreversible structural shift: crisis is no longer a deviation from the international order, but its operating condition.