Gennaio 2026. Il mondo non è mai stato così vulnerabile a un domino di crisi che si intrecciano senza confini, segnando l’inizio di una nuova era geopolitica in cui ogni mossa strategica è osservata e controbilanciata da potenze globali e regionali. Caracas, La Paz, L’Avana e Teheran emergono come epicentri di trasformazioni la cui portata travalica i confini nazionali e ridisegna gli equilibri di forza e influenza nel sistema internazionale.
di Cristina Di Silvio
Dalla teoria dei giochi alla complessità del momento: arco della crisi permanente
In Venezuela, l’arresto del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie da parte di forze statunitensi e il loro trasferimento negli Stati Uniti per essere processati con accuse di narcotraffico, rappresentano un evento geopolitico senza precedenti nel XXI secolo: Maduro ha già negato le accuse in tribunale a Manhattan, definendo la sua cattura un “sequestro” e la mossa ha suscitato critiche e dibattiti su legittimità e diritto internazionale.
Washington ha inoltre esortato i cittadini statunitensi presenti in Venezuela a lasciare immediatamente il paese per motivi di sicurezza, citando la presenza di milizie armate pro regime (colectivos) che controllano strade e quartieri, creando un clima di tensione permanente nelle principali aree urbane.
La pressione statunitense si è tradotta anche in un controllo più stretto delle risorse energetiche venezuelane: secondo le ultime segnalazioni, gli Stati Uniti hanno sequestrato petroliere sospette, inclusa una nave battente bandiera russa, nel tentativo di bloccare operazioni considerate evasione delle sanzioni e di assumere una posizione di dominio strategico sul mercato petrolifero regionale. Sul piano interno, l’esposizione mediatica del regime, unita alla repressione e alla diffusione di milizie armate, ha frammentato il tessuto politico e sociale e creato uno spazio per un possibile riposizionamento strategico delle potenze esterne.

La reazione internazionale all’operazione statunitense è stata immediata e polarizzata: mentre alcuni leader occidentali si dichiarano favorevoli all’azione come risposta a decenni di autoritarismo e accuse di narcotraffico, altri, come il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, hanno definito l’intervento americano una violazione della sovranità di Caracas e un pericoloso precedente geopolitico.
Nel cuore delle Ande, la Bolivia vive una dinamica diversa ma altrettanto destabilizzante: l’eliminazione dei sussidi sui carburanti ha innescato proteste di massa, scioperi prolungati e violenti scontri con le forze dell’ordine, mettendo a nudo le profonde fratture sociali di un paese ricco di risorse ma vulnerabile alla pressione economica interna e alle fluttuazioni del mercato globale.
A rendere il quadro ancora più cruciale è la posizione strategica della Bolivia nel mercato del litio, una risorsa chiave per batterie e tecnologie a basse emissioni. La frammentazione sociale rischia infatti di interrompere l’accesso internazionale a questo elemento critico, costringendo governi e multinazionali a ricalcolare piani di investimento e strategie energetiche.
Parallelamente, Cuba sta vivendo una polycrisi economica e demografica che le leadership e le analisi internazionali descrivono come tra le più profonde della sua storia recente. Settori come il turismo e la produzione energetica sono crollati, l’esodo della popolazione, in particolare giovani e donne in età fertile, ha decimato la forza lavoro, e i servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione sono sotto pressione.
Nel contesto della crisi venezuelana, il governo cubano ha annunciato che 32 dei suoi cittadini, tra membri delle forze armate e dei servizi di intelligence, sono stati uccisi durante l’operazione statunitense in Venezuela, un fatto che ha accentuato le tensioni diplomatiche nell’area. L’isola rimane formalmente compatta dal punto di vista militare, ma la pressione interna e le difficoltà economiche spingono per una possibile riconsiderazione delle alleanze strategiche storiche con Caracas e Teheran.

I “giochi” continuano in Medio Oriente, l’Iran rappresenta il punto di massima tensione multipolare: le proteste di massa, iniziate alla fine di dicembre 2025 per ragioni economiche ma rapidamente evolute in una contestazione del sistema teocratico, hanno coinvolto decine di città e portato a centinaia di morti e migliaia di arresti.
Le autorità hanno imposto blackout delle comunicazioni per contenere la diffusione, mentre l’economia di Teheran è sotto enorme stress tra svalutazione della valuta, inflazione e fuga di capitali. Il governo iraniano ha emesso minacce esplicite in caso di attacchi esterni, suggerendo possibili risposte contro posizioni militari americane e israeliane nella regione, aumentando il rischio di una escalation che coinvolgerebbe molteplici attori regionali e globali.
Quello che il mondo sta vivendo all’inizio del 2026 non è una semplice serie di crisi periferiche, ma una crisi sistemica globale in cui geoeconomia e strategia militare sono profondamente intrecciate. Stati Uniti, Russia, Cina e potenze regionali osservano e reagiscono a un mosaico di conflitti che ridefinisce la sovranità, la legittimità e l’ordine internazionale.
Le decisioni strategiche prese internamente dai singoli Stati, dai piani di investimento energetico alla gestione del dissenso interno, si riflettono immediatamente sulla stabilità globale, mostrando una volta di più quanto le dinamiche interne siano ormai inseparabili dagli equilibri geopolitici mondiali.
English version
2026: The Strategic Storm Global Crises and the Game of Military Powers
by Cristina Di Silvio
January 2026. The world has never been more vulnerable to a domino effect of intersecting crises that defy borders, marking the start of a new geopolitical era in which every strategic move is closely observed and counterbalanced by global and regional powers. Caracas, La Paz, Havana, and Tehran emerge as epicenters of transformations whose impact transcends national boundaries and reshapes the balance of power and influence in the international system.
In Venezuela, the arrest of President Nicolás Maduro and his wife by U.S. forces and their transfer to the United States to face narcotrafficking charges represents an unprecedented geopolitical event in the 21st century: Maduro has denied the charges in federal court in Manhattan, describing his capture as a “kidnapping,” and the operation has sparked intense debate over sovereignty and international law.
Washington has also urged U.S. citizens in Venezuela to leave the country immediately for safety reasons, citing the presence of armed pro-regime militias (colectivos) that control streets and neighborhoods, creating a climate of persistent tension in major urban areas. U.S. pressure has extended to Venezuela’s energy resources: the United States has seized suspicious oil tankers, including one flying the Russian flag, in an effort to block operations deemed violations of sanctions and assert strategic dominance over the regional oil market.
Venezuelan oil thus becomes a strategic weapon; every barrel seized and every energy facility under American control acts as a lever of global pressure. On the ground, urban militias maintain control of the streets: Maduro’s fall does not mean the end of internal resistance.
Domestic chaos, combined with economic instability, has created a window for military and geopolitical repositioning, potentially transforming Venezuela into a de facto U.S. protectorate. International reaction to the U.S. operation has been immediate and polarized: while some Western leaders support the action as a response to decades of authoritarianism and criminal accusations, others, including Brazilian President Luiz Inácio Lula da Silva, have criticized it as a violation of Caracas’s sovereignty and a dangerous geopolitical precedent.
In Bolivia, pressure arises from the grassroots. The removal of fuel subsidies has triggered mass protests, indefinite strikes, and violent clashes with police. Bolivia is not merely a country in revolt; it is a strategic hub for lithium, a key resource for global batteries and the energy transition. Social fragmentation threatens to disrupt international access to this critical resource, forcing multinational corporations and governments to recalibrate investment and energy strategies. Riot police control the streets, but the political crisis persists, and any mismanagement could create a strategic vacuum that external actors might exploit.
Cuba, seemingly silent, is experiencing a polycrisis: tourism, energy production, and manufacturing have collapsed, and the exodus of young people and the workforce is decimating internal capacities. The island remains formally cohesive militarily, but internal pressure may force a strategic reassessment of historic alliances with Caracas and Tehran. The global implications are clear: interruptions in regional trade routes and a loss of Cuban influence in the Caribbean and southwestern Atlantic, areas historically sensitive from a military standpoint.
Iran stands at the epicenter of tension: protests that began in late December 2025 for economic reasons rapidly evolved into a direct challenge to the theocratic system, spanning more than 190 cities and resulting in hundreds of deaths and thousands of arrests. The government has imposed near-total communication blackouts, used lethal force, and issued explicit threats against U.S. and Israeli bases. Economic collapse, including the devaluation of the rial, inflation, and capital flight, intertwines with political unrest, turning Iran into a potential catalyst for regional conflict.
Every Iranian move is monitored by superpowers and rival blocs, Russia, China, the United States, and regional alliances, and each decision carries the potential to trigger cascading effects across the Middle East and beyond. What the world is witnessing at the start of 2026 is not a series of isolated emergencies, but a global systemic crisis in which geoeconomics and military strategy are deeply intertwined. Decisions made internally, from energy investments to domestic dissent management, have immediate global consequences, showing once again that internal dynamics are inseparable from international geopolitical stability.
As José Ortega y Gasset once observed, “I am I plus my circumstance; if I do not save it, I do not save myself.”
Today more than ever, nations cannot ignore their own circumstances: internal strategic decisions have immediate and profound global repercussions.
The year 2026 opens as one in which managing chaos becomes the principal survival strategy, in a world where geopolitics, economics, and military strategy are continuously intertwined with no margin for error.