BLOCCO NAVALE NELLO STRETTO DI HORMUZ: LA ROTTURA DELL’ORDINE MARITTIMO LIBERALE

L’attivazione di un dispositivo di interdizione navale statunitense nello Stretto di Hormuz, sostenuto sul piano strategico da Israele, segna una cesura nella gestione delle rotte energetiche globali. L’operazione, collocata in una zona grigia tra enforcement e blocco bellico, ridefinisce il rapporto tra potenza militare, diritto internazionale e sicurezza economica, aprendo una fase di instabilità sistemica destinata a incidere sugli equilibri globali.

di Cristina Di Silvio

Nel lessico strategico contemporaneo, il blocco navale rappresenta una delle categorie più sensibili del diritto internazionale applicato alla guerra marittima. La sua declinazione nello Stretto di Hormuz non costituisce soltanto un evento operativo, ma un passaggio strutturale che incide sull’architettura stessa dell’ordine marittimo globale. Gli Stati Uniti, attraverso il dispiegamento di un dispositivo navale nel Golfo Persico, esercitano una forma di controllo selettivo delle rotte marittime che, pur non formalmente qualificata come blocco, ne produce effetti funzionali sul piano strategico. La centralità dello Stretto di Hormuz si fonda su una realtà geopolitica consolidata nel tempo. Già dalla seconda metà del XX secolo, con la crescente nazionalizzazione delle risorse energetiche nel Golfo e la progressiva dipendenza globale dal petrolio mediorientale, lo Stretto si è trasformato in un chokepoint sistemico dell’economia mondiale. Durante la Guerra Fredda, la sua rilevanza fu ulteriormente accentuata dalla dottrina statunitense della Carter Doctrine (1980), che formalizzò la volontà di Washington di garantire con la forza militare l’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico. Questo principio ha costituito per decenni l’architrave della sicurezza energetico-militare americana nella regione. Sul piano storico-operativo, lo Stretto è stato teatro di crisi ricorrenti. La “Tanker War” durante il conflitto Iran-Iraq (1980–1988) rappresentò il primo caso di militarizzazione sistematica delle rotte energetiche, con attacchi diretti a petroliere civili e l’intervento statunitense nell’operazione Earnest Will, finalizzata alla protezione del traffico commerciale kuwaitiano. Più recentemente, le crisi del 2019 e le operazioni di sequestro di unità navali hanno evidenziato la persistenza di una competizione marittima a bassa intensità ma ad alta rilevanza strategica. In questo contesto storico si inserisce la configurazione attuale, che segna un’evoluzione qualitativa: dalla gestione episodica delle crisi a una forma di controllo continuativo e strutturato dello spazio marittimo. Il dispositivo statunitense, composto da unità navali di superficie e assetti aerei integrati, si configura come una capacità di controllo avanzato supportata da sistemi ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance), sorveglianza satellitare e piattaforme unmanned. La superiorità informativa diventa elemento centrale della postura operativa. Israele contribuisce indirettamente alla struttura di contenimento regionale attraverso intelligence, coordinamento strategico e pressione sui teatri limitrofi, inserendosi in una logica multidominio che integra dimensione marittima, terrestre, cibernetica e informativa.

Dalla libertà di navigazione alla coercizione strategica: lo Stretto di Hormuz come epicentro della nuova guerra ibrida globale

Dal punto di vista militare, lo Stretto di Hormuz evolve da corridoio commerciale a spazio di deterrenza attiva. La postura statunitense si colloca tra sea control e coercive maritime interdiction operations (MIO), mentre la strategia iraniana si fonda su una dottrina consolidata di sea denial. Tale dottrina iraniana si sviluppa storicamente come risposta asimmetrica alla superiorità navale occidentale nel Golfo Persico, consolidandosi dopo la guerra Iran-Iraq e affinandosi attraverso decenni di confronto a bassa intensità. Essa si basa su swarm tactics con imbarcazioni veloci, sistemi missilistici costieri anti-nave, mine navali e reti proxy regionali capaci di estendere la pressione fino al Mar Rosso e allo stretto di Bab el-Mandeb. La conseguenza è una condizione strutturale di instabilità controllata: il dominio marittimo non è più assoluto, ma distribuito tra capacità di controllo e capacità di interdizione. Le ripercussioni geopolitiche sono globali. Le economie asiatiche, in particolare Cina e India, fortemente dipendenti dal petrolio del Golfo, risultano esposte a rischio sistemico. L’Europa, già vulnerabile sul piano energetico, si confronta con un ulteriore fattore di instabilità strategica. Sul piano economico, il rischio geopolitico si traduce immediatamente in costo sistemico: aumento dei premi assicurativi marittimi, volatilità dei mercati energetici e ridefinizione delle rotte commerciali globali. È tuttavia nel diritto internazionale che la crisi assume la sua dimensione più critica.

Il regime giuridico degli stretti internazionali, codificato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, 1982), garantisce il principio del transito inoffensivo e continuo. Qualsiasi forma di interdizione selettiva non autorizzata introduce una tensione strutturale con tale impianto normativo. A ciò si aggiunge il quadro interpretativo dell’International Maritime Organization (IMO), che ribadisce la centralità della libertà di navigazione come fondamento della stabilità del commercio marittimo globale. Nel diritto dei conflitti armati, il blocco navale è uno strumento legittimo solo in presenza di conflitto dichiarato e nel rispetto dei principi di proporzionalità, necessità e non discriminazione, consolidati anche nella giurisprudenza della International Court of Justice (ICJ). L’attuale configurazione operativa si colloca invece in una zona grigia, non pienamente riconducibile alle categorie tradizionali del diritto internazionale. Questa ambiguità riflette la trasformazione strutturale della guerra contemporanea, sempre più caratterizzata da forme ibride in cui strumenti militari, economici, informativi e giuridici vengono integrati in strategie di pressione non dichiarata. Le conseguenze di lungo periodo sono profonde. Il principio della libertà di navigazione rischia di evolvere da norma universale a condizione relativa, dipendente dalla capacità di proiezione delle potenze navali. In questo senso, lo Stretto di Hormuz non è più soltanto un passaggio strategico, ma il punto in cui si misura concretamente la capacità delle potenze di riscrivere, nei fatti, le regole dell’ordine internazionale.

Blocco o scorta navale?

English Version


NAVAL BLOCKADE IN THE STRAIT OF HORMUZ: THE FRACTURE OF THE LIBERAL MARITIME ORDER

The activation of a U.S. naval interdiction framework in the Strait of Hormuz, strategically supported by Israel, marks a structural rupture in the governance of global energy routes. Positioned within a grey zone between enforcement and naval blockade, the operation redefines the relationship between military power, international law, and economic security, opening a phase of systemic instability likely to affect global strategic balances.

by Cristina Di Silvio

In contemporary strategic vocabulary, the naval blockade represents one of the most sensitive categories of international law as applied to maritime warfare. Its manifestation in the Strait of Hormuz is not merely an operational development, but a structural shift affecting the architecture of the global maritime order. The United States, through the deployment of a naval task force in the Persian Gulf, is exercising a form of selective control over maritime routes which, although not formally defined as a blockade, produces equivalent strategic effects. The centrality of the Strait of Hormuz is rooted in a long-standing geopolitical reality. Since the second half of the twentieth century, with the nationalisation of energy resources across the Gulf and the growing global dependence on Middle Eastern oil, the Strait has evolved into a systemic chokepoint of the global economy. During the Cold War, its strategic importance was further institutionalised by the Carter Doctrine (1980), which formalised the United States’ commitment to use military force, if necessary, to secure access to Gulf energy resources. This principle became a cornerstone of American security strategy in the region for decades. Historically, the Strait has repeatedly been a theatre of confrontation. During the Iran–Iraq War (1980–1988), the so-called “Tanker War” marked the first systematic militarisation of energy sea lanes, with direct attacks on commercial shipping and subsequent U.S. intervention through Operation Earnest Will, aimed at protecting Kuwaiti tankers. More recently, the 2019 maritime crises and tanker seizures have demonstrated the persistence of a low-intensity but strategically significant maritime contest. Against this historical backdrop, the current configuration represents a qualitative shift: from episodic crisis management to sustained and structured control of the maritime space. The U.S. deployment, consisting of surface combatants and integrated air assets, operates as an advanced control architecture supported by ISR (Intelligence, Surveillance, Reconnaissance) systems, satellite surveillance, and unmanned platforms. Information superiority has become the central pillar of operational posture. Israel contributes indirectly to the regional containment architecture through intelligence cooperation, strategic coordination, and pressure across adjacent theatres, particularly the Levant, within a multidomain framework integrating maritime, land, cyber, and informational domains.

From freedom of navigation to strategic coercion: the Strait of Hormuz as the epicenter of modern hybrid warfare

From a military perspective, the Strait of Hormuz is evolving from a commercial corridor into a space of active deterrence. The U.S. posture lies between traditional sea control and coercive maritime interdiction operations (MIO), while Iran’s strategy is grounded in a consolidated doctrine of sea denial. This Iranian doctrine has historically developed as an asymmetric response to Western naval superiority in the Gulf, consolidating after the Iran–Iraq War and evolving through decades of low-intensity confrontation. It relies on swarm tactics using fast attack craft, coastal anti-ship missile systems, naval mines, and regional proxy networks capable of extending operational pressure as far as the Red Sea and the Bab el-Mandeb Strait. The result is a structurally unstable condition: maritime dominance is no longer absolute but distributed between control and denial capabilities. The geopolitical consequences are global. Asian economies, particularly China and India, heavily dependent on Gulf energy supplies, face systemic exposure. Europe, already vulnerable in energy terms, confronts an additional layer of strategic instability. Economically, geopolitical risk is immediately translated into systemic cost: rising maritime insurance premiums, energy price volatility, and the reconfiguration of global shipping routes. However, it is within international law that the crisis reveals its deepest tensions.

The legal regime governing international straits, codified in the United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS, 1982), guarantees the principle of transit passage, ensuring continuous and unhindered navigation. Any form of undeclared selective interdiction introduces structural friction with this legal framework. This is reinforced by the interpretative framework of the International Maritime Organization (IMO), which upholds freedom of navigation as a foundational principle of global maritime stability. Under the law of armed conflict, naval blockades are lawful only in the context of formally declared armed conflict and must comply with the principles of proportionality, necessity, and non-discrimination, as reflected in the jurisprudence of the International Court of Justice (ICJ). The current operational configuration, however, exists within a legal grey zone that does not fully align with traditional categories of international law. This ambiguity reflects a structural transformation in contemporary warfare, increasingly characterised by hybrid forms in which military, economic, informational, and legal instruments are integrated into strategies of non-declared coercion. The long-term implications are profound. The principle of freedom of navigation risks evolving from a universal norm into a conditional privilege dependent on naval power projection capabilities. In this sense, the Strait of Hormuz is no longer merely a strategic passage, but the point at which the ability of powers to rewrite the rules of the international order is concretely measured.