Un poliziotto del reparto mobile di Padova è stato aggredito a Torino, ai margini “di una manifestazione” degli antagonisti.
Askatasuna, un cancro sempre presente: poliziotto ferito
Se il contrario, quindi il naturale alter ego, del protagonista è l’antagonista, e se questa equivalenza fosse anche vera nella piazza di ieri sera, a Torino, allora Askatasuna non dovrebbe essere definita “antagonista” (peggio ancora “manifestanti”) ma semplicemente “terrorista”.
E già: ieri sera in piazza si sono fronteggiati due schieramente: le forze dell’ordine, e si badi bene, non si sta parlando della ICE americana, no, si sta parlando dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato italiana, e dall’altra parte una serie di individui indegni di essere nominati o ricordati.
Se da una parte c’erano quindi i rappresentanti dello Stato, dall’altro c’era l’antistato, quindi – per sintesi ovvia – dei terroristi.
Manifestanti? Di cosa? Per cosa? Con un martello, poi? Con caschi e fazzoletti sul volto?
Si è voluto scientemente – fino a ora – normalizzare la violenza di piazza e questi sono i risultati: un paio di arrestati e una decina di “manifestanti” che si avvicinano a un poliziotto e lo colpiscono con calci, pugni e un martello, puntandogli contro anche una luce laser verde. Il poliziotto, a terra, perde il casco e cerca di allontanarsi coprendosi la testa con le mani. Poco dopo sarà soccorso da alcuni colleghi e “i manifestanti” si allontanano: l’agente ha riportati contusioni multiple e una ferita (probabilmente effetto di una martellata) sulla coscia sinistra, necessaria di sutura.
La sequenza delle immagini, tratte da video oramai circolante abbondantemente su rete, è agghiacciante, annullano di fatto lo stato di diritto, perché terroristi? Perché appare evidente che si cercasse il morto, alla faccia dei soloni ben pensanti che solitamente urlano contro la violenza delle forze di polizia, a breve qui si ritornerà probabilmente alla italica retorica del “compagno che sbaglia”.
Un martello che colpisce un uomo in uniforme è un arma improvvisata che si alza contro lo Stato, quel martello è l’elemento netto, vivido, concreto di chi sceglie il caos, la violenza: una scelta non umana (neanche animale, a dirla tutta), ecco perché si deve parlare di terroristi indegni di essere ricordati altrimenti.
Ovviamente non possono mancare dei veicoli danneggiati, quale ideale corollario di una serata di – oramai – ordinaria follia.






