
Stati Uniti: sicurezza interna, coercizione e crisi del centro di gravità strategico
L’intervento dell’ICE e la fragilità di una superpotenza sotto stress domestico

L’intervento dell’ICE e la fragilità di una superpotenza sotto stress domestico

L’arresto dell’ex presidente venezuelano e di Cilia Flores negli Stati Uniti segna un precedente unico: processo penale, azione militare e strategia geopolitica sotto la presidenza di Donald Trump si fondono in un caso senza paragoni nella storia contemporanea.

Trump in conferenza stampa dice che gli USA non vogliano essere coinvolti ma assicurano una transizione politica del Venezuela

Trump attacca il Venezuela, prima inasprire embargo, poi cinge d’assedio quel paese, dispiegando una buona quota parte della Marina USA, poi bombarda e ora esfiltra Maduro?

Non si vuole tracciare un segno nel mito del benaltrismo, inseguendo fallacie logiche a tema Giustizia, ma una domanda è lecita: dov’è il personale delle cancellerie e delle segreterie?

La Turchia tra luci o ombre è sempre più al centro della politica internazionale.

Poche voci, nel panorama geopolitico contemporaneo, parlano con la chiarezza morale del Ministro USA alle Nazioni Unite Alberto Flores Hernández, quando affronta il tema della guerra in Ucraina. Una chiarezza che non nasce dall’ideologia, ma da decenni trascorsi sulla linea sottile e complessa della diplomazia internazionale.

Il tempo non ci scorre accanto: ci attraversa. E la notte africana di queste ore, tra il colpo di stato in Guinea-Bissau e il collasso umano e militare del Sudan, lo dimostra con brutalità. Due crisi diverse, un’unica radice: la fragilità dello Stato e la militarizzazione del potere. Analizzando gli eventi, dal punto di vista operativo siamo di fronte alla verità che preferiremmo ignorare: non è il tempo a passare. Siamo noi che scegliamo di fermarci mentre altri vengono travolti.

Mentre le acque del Sud America vedono una massiccia presenza militare USA, in Brasile l’ex Presidente Bolsonaro viene portato in carcere.

I rumors che vogliono una politica italiana oramai contraria al proseguo del conflitto vengono smentiti, o comunque grandemente ridimensionati. L’Italia continua, come usuale, oramai da inizio aggressione, a essere contraria a una risoluzione delle controversie attraverso la guerra ma, a maggior ragione nel caso dell’Ucraina, riconosce i ruoli di paese aggredito e aggressore e, di conseguenza, in linea con quanto deciso dagli alleati UE e NATO, prosegue ad appoggiare Kiev.

Non sono solo i missili russi a determinare il destino dell’Ucraina. È il silenzio dei corridoi, le firme truccate, i contratti gonfiati, le centrali nucleari vulnerabili. Lo scandalo Energoatom, cento milioni di dollari evaporati tra tangenti e appalti, non è un caso di cronaca: è il termometro della resilienza di uno Stato sotto doppio assedio. A Varsavia, Rebuild Ukraine 2025 celebra la ricostruzione e promette miliardi di investimenti, ma Bruxelles e Washington osservano con prudenza militare: la credibilità internazionale di Kiev, la coesione europea e la solidità della NATO si misurano oggi nella capacità del Paese di trasformare corruzione e vuoto interno in disciplina e forza reale.

L’ISF rappresenta un modello avanzato di stabilizzazione urbana, integrando comandi multinazionali, capacità ISR e unità modulari sul terreno. Gli Stati Uniti assumono il ruolo di garante della sicurezza regionale, ridimensionando l’Autorità Palestinese e bypassando la soluzione dei due Stati, offrendo un laboratorio globale per la gestione di territori urbani ad alto rischio geopolitico.