
Tajani convoca Ambasciatore Israeliano, carabinieri minacciati
L’ambasciata italiana a Tel Aviv, su disposizione di Tajani, ha inviato una protesta formale a Israele dopo che un colono armato ha minacciato con un fucile due carabinieri.

L’ambasciata italiana a Tel Aviv, su disposizione di Tajani, ha inviato una protesta formale a Israele dopo che un colono armato ha minacciato con un fucile due carabinieri.

Gli indicatori e vari commentatori, cui si aggiungono notizie trapelate o volutamente divulgate, vogliono per imminente un attacco all’Iran.

La rabbia di Walz: “Ne abbiamo abbastanza dell’Ice” “Ho appena parlato con la Casa Bianca dopo l’ennesima sparatoria raccapricciante compiuta da agenti federali questa mattina. Il Minnesota ne ha abbastanza”, ha scritto su X il governatore del Minnesota, Mike Walz. “Questa situazione è ripugnante. Il Presidente deve porre fine a questa operazione. Ritiri immediatamente le migliaia di agenti violenti e impreparati dal Minnesota. Subito”.

Riarmo globale, deterrenza industriale e crisi delle istituzioni civili: la resilienza diventa il nuovo, vero, campo dove combattere una guerra.

È in corso nella sala di crisi della Farnesina una riunione del Ministro Antonio Tajani con dirigenti del Ministero, della Difesa, della sicurezza italiana, con l’Ambasciatrice d’Italia a Teheran e con gli Ambasciatori nelle principali capitali interessate alla attuale crisi in Iran. La Farnesina conferma l’indicazione di lasciare l’Iran ai cittadini italiani che possano farlo.

Negli ultimi giorni, l’Iran è teatro di una delle più intense ondate di proteste dalla rivoluzione del 1979. Le manifestazioni, iniziate alla fine di dicembre 2025 a causa del deterioramento economico e dell’impennata dei prezzi dei beni di prima necessità, si sono rapidamente diffuse in numerose città come Teheran, Mashhad, Isfahan

Gennaio 2026. Il mondo non è mai stato così vulnerabile a un domino di crisi che si intrecciano senza confini, segnando l’inizio di una nuova era geopolitica in cui ogni mossa strategica è osservata e controbilanciata da potenze globali e regionali. Caracas, La Paz, L’Avana e Teheran emergono come epicentri di trasformazioni la cui portata travalica i confini nazionali e ridisegna gli equilibri di forza e influenza nel sistema internazionale.

L’intervento dell’ICE e la fragilità di una superpotenza sotto stress domestico

L’arresto dell’ex presidente venezuelano e di Cilia Flores negli Stati Uniti segna un precedente unico: processo penale, azione militare e strategia geopolitica sotto la presidenza di Donald Trump si fondono in un caso senza paragoni nella storia contemporanea.

Trump in conferenza stampa dice che gli USA non vogliano essere coinvolti ma assicurano una transizione politica del Venezuela

Trump attacca il Venezuela, prima inasprire embargo, poi cinge d’assedio quel paese, dispiegando una buona quota parte della Marina USA, poi bombarda e ora esfiltra Maduro?

La Turchia tra luci o ombre è sempre più al centro della politica internazionale.

Poche voci, nel panorama geopolitico contemporaneo, parlano con la chiarezza morale del Ministro USA alle Nazioni Unite Alberto Flores Hernández, quando affronta il tema della guerra in Ucraina. Una chiarezza che non nasce dall’ideologia, ma da decenni trascorsi sulla linea sottile e complessa della diplomazia internazionale.

Il tempo non ci scorre accanto: ci attraversa. E la notte africana di queste ore, tra il colpo di stato in Guinea-Bissau e il collasso umano e militare del Sudan, lo dimostra con brutalità. Due crisi diverse, un’unica radice: la fragilità dello Stato e la militarizzazione del potere. Analizzando gli eventi, dal punto di vista operativo siamo di fronte alla verità che preferiremmo ignorare: non è il tempo a passare. Siamo noi che scegliamo di fermarci mentre altri vengono travolti.

Mentre le acque del Sud America vedono una massiccia presenza militare USA, in Brasile l’ex Presidente Bolsonaro viene portato in carcere.

I rumors che vogliono una politica italiana oramai contraria al proseguo del conflitto vengono smentiti, o comunque grandemente ridimensionati. L’Italia continua, come usuale, oramai da inizio aggressione, a essere contraria a una risoluzione delle controversie attraverso la guerra ma, a maggior ragione nel caso dell’Ucraina, riconosce i ruoli di paese aggredito e aggressore e, di conseguenza, in linea con quanto deciso dagli alleati UE e NATO, prosegue ad appoggiare Kiev.

Non sono solo i missili russi a determinare il destino dell’Ucraina. È il silenzio dei corridoi, le firme truccate, i contratti gonfiati, le centrali nucleari vulnerabili. Lo scandalo Energoatom, cento milioni di dollari evaporati tra tangenti e appalti, non è un caso di cronaca: è il termometro della resilienza di uno Stato sotto doppio assedio. A Varsavia, Rebuild Ukraine 2025 celebra la ricostruzione e promette miliardi di investimenti, ma Bruxelles e Washington osservano con prudenza militare: la credibilità internazionale di Kiev, la coesione europea e la solidità della NATO si misurano oggi nella capacità del Paese di trasformare corruzione e vuoto interno in disciplina e forza reale.

L’ISF rappresenta un modello avanzato di stabilizzazione urbana, integrando comandi multinazionali, capacità ISR e unità modulari sul terreno. Gli Stati Uniti assumono il ruolo di garante della sicurezza regionale, ridimensionando l’Autorità Palestinese e bypassando la soluzione dei due Stati, offrendo un laboratorio globale per la gestione di territori urbani ad alto rischio geopolitico.

Nel cuore dell’Europa, l’evento ReBuild Ukraine – 5th International Exhibition | Conference – Construction & Energy si configura oggi come uno dei più sofisticati strumenti di diplomazia tecnico-industriale dell’Occidente.

In Kordofan, every heartbeat of war measures the distance between artillery, drones, and international law. It is not merely a region of Sudan: it is a laboratory of modern warfare, where strategy, logistics, and international law intersect with surgical precision.

Il Kordofan è oggi un teatro operativo dove tattica, logistica, geopolitica e diritto internazionale convergono. Le forze regolari e le milizie locali si muovono tra artiglieria, mezzi corazzati, droni ISR e convogli logistici critici, mentre la protezione dei civili, ospedali, infrastrutture essenziali e risorse naturali è vincolata dalle Convenzioni di Ginevra e dal Protocollo I.

The persecution of Christians in Nigeria is not an isolated episode of religious intolerance but a strategic node of global instability. In a landscape where jihadism, ethno-pastoral conflict, and transnational trafficking converge, violence becomes a methodology of control, and faith a form of geopolitical resilience. The U.S.–Atlantic response defines a new paradigm: an integrated moral deterrence, blending religious freedom, intelligence, and power projection into a single doctrine of stability. The Cross thus ceases to be merely symbolic — it becomes a strategic compass, a measure of a system’s capacity to defend human dignity as an infrastructure of global security.

4 Novembre, la giornata dell’Unità, la giornata delle Forze Armate, che quell’unità vanno a sublimare con lo spirito di sacrificio che inevitabilmente le contraddistingue, diventa anche il giorno della lotta alla “disinformazia”, la disinformazione russa. Crosetto c’è

La persecuzione dei cristiani in Nigeria non è un episodio isolato di fanatismo religioso, ma un nodo strategico di instabilità globale. In un Paese dove jihadismo, conflitti etno-pastorali e traffici transnazionali si intrecciano, la violenza diviene metodologia di dominio e la fede, paradossalmente, strumento di resistenza geopolitica. In questo contesto, la risposta degli Stati Uniti e dei partner atlantici definisce un paradigma nuovo: una deterrenza morale integrata, in cui libertà religiosa, intelligence e proiezione di potenza convergono in una sola dottrina di stabilità. La Croce non è soltanto simbolo spirituale: diventa bussola strategica, indicatore della capacità di un sistema di difendere la dignità umana come infrastruttura della sicurezza globale.

La USS Gerald R. Ford e la riaffermazione dell’egemonia responsabile americana nel quadrante caraibico.